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  • Yak: Iron Flavoured Candies

    Yak

    Data di uscita: 01-01-2008

    Loudvision:
    Lettori:

Post-orgasmic jazzcore?

Si trovano da qualche parte tra The Dillinger Escape Plan, Boo Ya Tribe e (soprattutto) Mr Bungle questi italianissimi Yak. Fanno post metal, in effetti, ma l’etichetta sembra assolutamente riduttiva, specie se si presta attenzione al versante psychojazz che fa capolino a più riprese, e che ricorda come già sottolineato la prima band di sua maestà sperimentazione Mike Patton. Certo, con influenze così, il rischio di finire orrendamente fuori dal seminato e vomitare note fini a se stesse è sempre dietro l’angolo, ma va dato atto alla band di tenersi ben compatta attorno a un sound poco compresso e piuttosto chiuso (scelta estetica e forse non godibilissima, ma ben inscritta negli stilemi di genere), ma privo di escursioni eccessivamente off topic, anche se non sempre così efficace in ogni sua trasfigurazione – gli input sono molteplici, e gli output ogni tanto divagano troppo. Semmai il problema sta nell’architettura dei brani, a volte un po’ involuta ed eccessivamente cervellotica. Il gruppo, tecnicamente, tiene botta alla grande: ritmicamente le architetture vengono sostenute in modo egregio, il rifferama chitarristico è tagliente e dissonante al punto giusto, il groove spiazzante ma solido. Soli cedimenti, in effetti, i fraseggi vocali che accompagnano il digressioni rap e hip hop, spesso mutilati da una pronuncia pseudo-slang che suona ahimè artificiosa, e caratterizzati da un colore vocale che vorrebbe essere gangsta ma poco si amalgama con l’impostazione generale del tessuto strumentale.
[PAGEBREAK] Gli Yak, palesemente onnivori, vorrebbero inoltrarsi in un postmodernismo urbano fosco e degradato, magari strizzare l’occhio ai Peeping Tom, ma il gusto suadente di Patton, spiace rimarcarlo, è altra storia. Discorso diverso, invece, per le parti più arrembanti, musicalmente convincenti ma ancora troppo vincolate, negli sviluppi strumentali, ai sentieri battuti dai Dillinger, autentici maestri nel genere e oggi, per gli Yak, ancora stella ben lontana dall’essere raggiunta.
Ciò detto, resta chiaro che gli Yak meritano tutto il rispetto per il tentativo di cimentarsi in un sound poco esplorato in terra tricolore, e sanno offrire, a tratti, musica nervosa e interessante. Affinate ulteriormente le armi, messe ben a fuoco le direzioni da prendere, scegliendo magari una produzione più potente (che non distorca però il colore delle melodie), riusciranno a divenire band di primo piano, a scrivere “una paginetta di storia della musica pesante in Italia”, come confessano tra le note dell’album – cosa che ancora, non ce ne vogliano, non sono riusciti a fare.
Li attendiamo con interesse.

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