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Yellow Days, in concerto a Milano: report live e scaletta

George Van Der Broek alias Yellow Days: segnatevi il nome di questo diciannovenne, perché siamo sicuri che ne sentirete parlare moltissimo nei prossimi anni. Inglese e bianchissimo ma con voce da black singer, voi direte: “Ma com’è possibile?”. Il motivo non è ancora chiaro, ma siamo andati ad accertarcene di persona all’unica data italiana in quel del circolo milanese Ohibò, andato Sold Out e in grande spolvero per l’occasione. Ed ora sappiamo il perché. Di sicuro vi sarà capitato di provare un po’ di torpore e noia musicale, e domandarvi del perché la musica alla fin fine sembra quasi sempre la stessa oramai.
Fermatevi già qui, perché è proprio qui che Yellow Days arriva dove molti ultimamente non riescono ad arrivare. Il giovane proveniente dal Surrey è riuscito a tirar fuori una formula decisamente interessante mescolando influenze d’altissima finitudine.
L’atmosfera si fa caldissima già dal pre-live (con cori da stadio all’italiana volutamente rozza traduzione “Gior – ni- gialli”) dove capiamo la stranezza dell’evento: l’età media del pubblico infatti è bassissima e di per sé colpisce per la tipologia di show proposto, così lontano dai gusti medi dei giovani attuali.
Troviamo già lì un ragazzone alto e riccioluto intento nel preparare musica da pre live. Difficile non cogliere la preponderanza dello stile attuato dal nostro George: New Soul della migliore fattura (attingendo da Ray Charles a James Brown e a seguire) a tinte fosche di Chill out e Jazz percettibili ma ben presenti, il tutto ravvivato da tratteggi prettamente da indie contemporaneo (Il riferimento a King Krule e Mac DeMarco è obbligatorio) che lo rendono decisamente piacevole e “moderno”.
George irrompe con il singolo The Way Things Change, carichissimo di suoni Funky, synth simil- Hammond e catrame graffiante a tutto regime.
Cogliamo già da subito la cura del suono, malgrado la location non grandissima, il suono è praticamente perfetto, bilanciato in ogni suo componente. E questo permette di rompere totalmente il muro con il pubblico, che è già entrato in piena sintonia cantando all’unisono (con coretti e versi compresi).
Non possiamo negarlo: la voce calda, singolare, introspettiva di Yellow Days sembra sovrastare in pieno qualsiasi elemento, ma l’orecchio più attento si accorgerà bene il continuo dialogo compiuto da quest’ultima con la musica, in particolare con la chitarra del nostro “cantautore”.
A seguire una celestialissima A Little While accompagnata da cori sbiascicanti da parte di tutti oramai alla probabile terza camicia di sudore.
Dopo una Hurt in Love ed una Holding On ‘ormonalmente’ ballatissime, la setlist (bilanciata all’ennesima potenza) cala bruscamente insieme alle endorfine per uno dei brani più rappresentativi e riflessivi del nostro caro biondino: So Terrified Of Your Own Mind. Il brano, asciutto e secco, è esemplificativo dell’enorme capacità di coniugare talento vocale estremo (è quasi tutto chitarra e voce, e malgrado tutto ipercoinvolgente) a qualità poetico-scritturali di grande caratura.
Dopo una lenta e quasi rappata Your Hand Holding Mine arriviamo su una leggerissima e soffice Gap in the Clouds sospinta da ritmiche semplici e ululi riverberati pieni di fioriture quasi gioiose.
Discorso totalmente diverso per The Tree i Climb le cui improvvisazioni (nel nostro caso tastieristiche, data la mancanza di fiati sul palco) portano prettamente a variazioni jazz-fusion.
Al culmine del sudore colato sulla salopette (il suo vestiario, è sempre da radical-weirdo ma in questo caso è ancor più weirdo) la perla assoluta della serata che, di per sé, varrebbe il costo del biglietto.
Il livello alcolico aumenta a dismisura ma non cala la qualità del live. I nostri non perdono un colpo tra un sorso di birra mesciuto all’acqua. La cover del di I’d Rather Go Blind di Etta James, a continua dimostrazione delle stupende influenze, a segno di come sia cresciuto bene questo ragazzo (probabilmente a pane, chitarra e Blues-Jazz).
L’indescrivibile brivido di una cover ben fatta come questa non potrà essere eplicitata in questo live report.

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La fine della prima tornata è coincisa col nuovo singolo How Can I Love You che sembra farci cogliere già come il nostro “Giorni Gialli” voglia evolversi rispetto ai primi due EP iniziali: ancora più funky, ancora più Rhytm and Blues, ancora più Jazz. La voce si fa ancor più straziante e grattata ma più equilibrata con melodia e armonia. Cogliamo più maturità, rispetto allo standard altissimo e sbalorditivo degli esordi.
Dopo urla frenetiche per il ritorno sul palco del nostro sudatissimo beniamino abbiamo una Nothing’s Going To Keep Me Down capace di mettere in ottima luce bassista e l’intera sinergia-sincronia della band, udibile anche nella successiva e pubblicamente accorata People.
Ed ecco la chiusura del cerchio: A Bag of Dutch è il primo brano dell’ Ep d’esordio, da cui tutto è iniziato e da dove la favola del ragazzino inglese (che fa già sold out anticipati per circa la metà del suo tour mondiale) ha preso vita.
Un plauso in particolare all’organizzazione del Circolo Arci Ohibò che ha traghettato con estrema cura questo cumulo di giovani brufolosi dal cuore appassionato (e attempati ascoltatori alla ricerca di nuovi stimoli e nuove e fresche idee musicali), in una dimensione magica da club d’altissimo livello.
Rimane sempre l’idea preponderante che, tra una smorfia e un sorriso quasi ebete, se non avessimo visto in faccia questo diciannovenne biondissimo dal nome squisitamente fiammingo (e forse anche dai tratti), l’avremmo volentieri scambiato per uno struggentissimo cantante di black-soul music d’altri tempi. Il che è probabilmente soltanto un complimento.
Uhhh, yeah. Peace.

Setlist:

The Way Things Change
A Little While
Hurt In Love
That Easy
Holding On
So Terrified Of Your Own Mind
Your Hand Holding Mine
What’s It All For
Gap In The Clouds
The Tree I Climb
How Can I Love You
Nothing’s Going To Keep Me Down
People
Bag Of Dutch

 

di Domenico Raina

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