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Young The Giant: giovani giganti crescono

I Young The Giant tornano in Italia dopo lo straordinario successo di due anni fa per presentare il loro nuovo disco, “Mind Over Matter”. Abbiamo incontrato i cinque californiani a una tavola rotonda in Warner, dove abbiamo parlato di loro, del loro ultimo lavoro, della musica in Italia, negli Usa e nel mondo. In realtà solo quattro erano presenti: la voce Sameer Gadhia, Eric Cannata, una delle due chitarre, Payam Doostzadeh, bassista e François Comtois, batterista. Assente per malattia l’altro chitarrista Jacob Tilley, probabilmente la ragione che li ha portati ad annullare il concerto del 4 giugno a Roma.

“E a volte gli ostacoli più difficili esistono solo nella tua testa, non sono cose che ci sono veramente al di fuori.”

C’è un messaggio che accomuna le canzoni del vostro nuovo album, “Mind Over Matter”?
Sameer: Non penso che ci sia un solo messaggio comune, penso piuttosto che l’album rifletta su di un’idea, l’idea degli ostacoli personali nella vita, e su cosa tu possa fare per superarli. A volte non ci puoi fare niente, a volte invece li devi sconfiggere. Ed è un dialogo, non è per forza una cosa soltanto positiva… Per superare gli ostacoli prima li devi capire.

Dici in merito a cose personali, o anche sociali?
Sameer: Parliamo di cose personali, e di quando abbiamo considerato insieme l’idea che volevamo evolverci come band. Ma non riguarda solo noi, penso che chiunque incontri degli ostacoli nella vita. E a volte gli ostacoli più difficili esistono solo nella tua testa, non sono cose che ci sono veramente al di fuori… E cercare di capire questo, penso che sia una storia abbastanza comune, non soltanto nostra.

Tempo fa avevate dichiarato che il vostro primo album era una sorta di rappresentazione di tutto ciò che avevate fatto come band fino a quel momento. Il nuovo album invece cosa rappresenta per voi?
Eric: Penso che allo stesso modo rappresenti tutte le nostre esperienze come band. Come ha detto Sameer il grande tema del disco è questa idea di sentire una pressione interna, e quest’ultima ci ha portati a provare a fare un passo indietro e semplicemente a divertirci ancora. Ne è risultato un grande momento di creatività, nel senso che ci sentivamo liberi di scrivere in nuovi stili e di aggiungere una nuova strumentazione, che non avevamo necessariamente utilizzato anche nel primo disco, sperimentando con il suono. Dopo aver scritto “Mind Over Matter” ci siamo accorti che era bello tornare a scrivere musica semplicemente per noi stessi, per divertirci.
Sameer: Credo che l’ultimo disco fosse più che altro quello che avevamo fatto fino a quel momento, mentre questo in parte continua a esserlo, ma in parte è anche quello che faremo in futuro.

Che tipo di musica ascoltavate mentre lavoravate sul nuovo album?
Francois: Tra di noi c’è una sorta di competizione, che consiste nel farci scoprire a vicenda nuova musica o nel recuperare musica che ascoltavamo tempo fa. Per questo disco nello specifico a ispirarci di più sono stati David Bowie e un sacco di roba dei Talking Heads, ma anche un sacco di musica elettronica e di hip-pop. Abbiamo cercato di aprire la mente a diverse influenze, e di lasciare che quelle influenze brillassero attraverso la nostra ricezione.

Quali esperienze vi hanno ispirato di più mentre scrivevate le nuove canzoni?
Francois: Beh sai, c’era un po’ un sentirsi a disagio con l’intero processo, un sentire questa sorta di pressione che era veramente insolita per noi. Le cose possono cambiare così velocemente, e tu a un certo punto vuoi provare a rielaborarle in modo da trovare loro un senso.

Parliamo un po’ della copertina: qual è l’idea che sta dietro l’illustrazione?
Sameer: L’illustrazione del primo album l’avevamo commissionata, e nonostante fosse molto potente ci siamo sentiti un po’ cancellati dal disegno, mentre noi volevamo essere parte un po’ di tutto. Questa volta abbiamo avuto l’idea di poter visualizzare il concetto di “Mind Over Matter”, di ritrarre in uno spazio visuale ciò che non si vede, le cose che accadono solo nella tua mente. Così quando abbiamo realizzato il video di “It’s About Time” abbiamo commissionato la copertina al regista, David Vincent Wolf. E lui fece questi due scatti…cioè, in realtà di scatti ne fece a centinaia, ma tutti ricordiamo il momento in cui abbiamo visto lo scatto che poi abbiamo utilizzato, e in cui abbiamo capito che sarebbe stato quello giusto. Pulito, raffinato.
Eric: Si, l’idea era un po’ quella di una doppia esposizione: ci sono una cascata e del fumo che vengono fuori da una testa. Anche per noi era un po’ così: c’era del fumo davanti a noi e noi dovevamo passare oltre, e liberarci dalle cose che ci trattenevano…e questa sarebbe l’idea di una cascata che ti esce dalla testa (ridono, n.d.r.). Lo so che è una cosa un po’ astratta. Allo stesso tempo però volevamo che fosse un’illustrazione pulita, e anche un po’ classica, e infatti sovrapposti all’immagine ci sono i caratteri con il nome Young The Giant e con il titolo dell’album, “Mind Over Matter”.

Com’è stato lavorare con Justin Meldal (produttore del disco e co-autore di “Eros”, n.d.r.)?
Payam: È stato incredibile. Ancora prima di iniziare il lavoro in studio con lui, già a casa, scrivendo, stavamo lavorando un sacco sulla musica elettronica, e quando abbiamo visto il suo nome sulla lista la scelta non poteva che essere quella, considerato il suo background.
Francois: In studio Justin era sempre molto amichevole e allegro, e non c’è mai stata alcuna pressione lavorando con lui. Inoltre ci stimolava sempre a venir fuori con nuovi suoni, melodie… È stato grande, davvero.

Che cosa ammiravate di più del suo lavoro precedente?
Eric: Ammiravamo molto il fatto che anche lui fosse un musicista, e che potessimo parlargli non soltanto come si parla a un produttore, ma come a qualcuno che viene da dove veniamo noi, che si trova sulla nostra stessa barca. In questo senso è stato un’importante influenza per noi. Justin tende a sperimentare molto con il suono, è molto malleabile…quindi non ha cercato di imporci le sue idee, ma ha fatto in modo che sviluppassimo le nostre e le rendessimo migliori. Quando l’abbiamo scelto l’abbiamo fatto non tanto perché ha prodotto un sacco di belle cose, quanto perché è stato parte di alcuni dei nostri album preferiti, e prima di lavorare con lui non ci eravamo nemmeno accorti di quanto ci piacessero.

Come avete reagito quando Morrissey ha parlato così bene di voi?
Sameer: È stato molto surreale, strano. Molte cose nella vita capitano per caso, e io no, non mi sarei mai aspettato che Morrissey ci avrebbe mai promosso e sostenuto nel modo in cui ha fatto. Adesso siamo in contatto da un po’ di anni, e lui è davvero un tipo divertente…

Ha ascoltato il vostro secondo album?
Sameer: Gliel’abbiamo dato, quindi penso di si. Il fatto che ora ci parliamo ancora è un buon segno (ride, n.d.r.).

Avete mai avuto paura delle grandi aspettative che sono seguite al successo del vostro primo album?
Sameer: Non credo che abbiamo mai avuto paura di replicare quel successo, perché non penso che abbiamo mai veramente saputo cosa fosse, e forse non lo sappiamo ancora neanche adesso. Non abbiamo mai pensato che quello che abbiamo fatto in passato sia il meglio che possiamo fare, ma al contrario crediamo che il meglio debba ancora venire. L’idea ora non era tanto quella di produrre una grande canzone, quanto quella di provare a evolverci e di non ripetere esattamente le stesse cose. Sarebbe stato più semplice per i nostri fan, per noi stessi, per l’etichetta discografica…ma noi volevamo evolverci e cambiare, anche se rimanere Young The Giant nello stesso tempo.

Rispetto al vostro primo grande successo, credete che ci sia qualcosa che vi ha allontanato dalla nicchia indie?
Sameer: Abbiamo sempre pensato a noi stessi semplicemente come a noi. Nel 2012 ci accorgemmo che stavamo iniziando a vendere, e pensammo che quello fosse soltanto un atto di apertura. Credo che sia stato un grande salto nella nostra carriera, ma non penso che sia cambiato il modo in cui ci comportiamo come band o il modo in cui vediamo noi stessi.

Quanto c’è della California nella vostra musica?
Francois: Sicuramente moltissimo. Sai, non tanto le spiagge o le cose a cui di solito si pensa…è la nostra casa. Con i tour, e passando così tanto tempo lontano, a un certo punto ti accorgi di quanto sia importante il rapporto che hai con lei, nel senso che senti di appartenerle e di sentirti a tuo agio lì.

Dopo due anni siete ora in Italia per la seconda volta. Che cosa possono aspettarsi i fan dai vostri live dei prossimi giorni?
Eric: Noi abbiamo ancora la stessa energia dello scorso tour, e soprattutto ci divertiamo davvero, ma davvero tanto a suonare insieme, sul palco siamo proprio dei matti… Quindi penso che la gente che verrà ai concerti si divertirà molto. Non si tratta soltanto di ascoltare i pezzi dell’album, il live è un’altra cosa, e io lo preferisco persino, perché dal vivo puoi vedere davvero la gente fare musica.
Sameer: Forse l’ultima volta non ci meritavamo nemmeno tutti quei titoli sui giornali, ma in questi due anni ci siamo ulteriormente assestati, e penso che ora valga veramente la pena di venirci a vedere.

Vi ricordate in particolare di qualche reazione travolgente da parte dei vostri parenti, amici o fan?
Francois: Forse la prima volta che ho fatto sentire questo disco alla mia famiglia… Beh, sai già che la tua famiglia ti dirà sempre e comunque delle cose carine (ride, n.d.r.)… Però credo che ai miei parenti già il primo album fosse piaciuto molto, e mentre ascoltavano questo nuovo disco insieme a me ho avuto veramente l’impressione che ne fossero sinceramente colpiti… È stato un momento molto intenso.

E com’è stata la reazione dei fan?
Sameer: Il nuovo disco è uscito a gennaio, e nelle prime date live da gennaio a ora abbiamo fatto il tutto esaurito nel 94% degli spettacoli, quindi è andata molto bene in questo senso. Però i bei dischi ci mettono un po’ ad arrivare del tutto, e bisogna continuare a suonarli e a condividerli perché questo accada.

C’è qualche musicista italiano che conoscete o magari apprezzate?
Eric: Oh si, penso che Jovanotti sia fantastico. Sai, “Mi Fido Di Te” (ridono, n.d.r.)… Si, mi piace molto Jovanotti. Mi piacciono anche altri musicisti, ma penso che lui sia il migliore.

Lo conosci?
Eric: No, non lo conosco di persona, conosco la sua musica. Mi piacerebbe incontrarlo però, magari qualcuno di voi può organizzare (ridono, n.d.r.)?

Avete suonato insieme al Primo Maggio forse?
Eric: No, quelli erano gli Afterhours (nel 2012, n.d.r.).

Però allora ne conosci di musica italiana…
Eric: Oh, beh (ride, n.d.r.)… La mia ex fidanzata è di Legnano (in italiano, ridono, n.d.r.). E poi mio padre è italiano. Io però sono nato in America.

Quindi sai parlare italiano?
Eric: Un pochino (in italiano, ridono, n.d.r.). Però non adesso, qui c’è troppa gente (ride, n.d.r.).

Come descrivereste il nuovo album usando solo tre aggettivi?
Eric: Bello, buono, figo (ridono, n.d.r.).
Sameer: Penso che uno potrebbe essere “nostalgico”. E poi…non so, qualcosa che c’entri con “spazio”.
Eric: Spazioso (ridono, n.d.r.)?
Payam: Quali aggettivi c’entrano con “spazio”?
Eric: Cosmico! Cosmico va bene (ridono, n.d.r.). Nostalgico, cosmico e…non so, tu cosa dici?

Malinconico, forse?
Sameer: Si, perché no? Malinconico va bene.

Cosa pensate delle nuove modalità per ascoltare musica, tipo Spotify?
Sameer: Noi siamo di una generazione che non può più fare a meno di queste cose. Lo so che ci sono alcune band – soprattutto della vecchia generazione – a cui questi siti non piacciono e che ne farebbero volentieri a meno, ma oggi non si può più. La musica è nelle mani della gente, del pubblico…e tu non puoi controllare l’acqua corrente. L’unica cosa che puoi sperare è che ci siano dei luoghi, dei siti, dove la gente possa scoprire e apprezzare la musica. Forse con Spotify e con altre fonti online oggi c’è persino una nuova speranza. Noi lo sappiamo bene, perché abbiamo cominciato proprio così.

Cosa pensate di fare in questi pochi giorni in Italia, a parte suonare?
Eric: Mangiare, bere (ridono, n.d.r.)…
Sameer: Si, ieri abbiamo passato una giornata intera a fare aperitivo (in italiano, n.d.r.).
Francois: Si, sui canali, come si chiamano…i navigli (in italiano, n.d.r.). Molto bello.

Cosa ne pensate della musica americana in questo momento? Credete che ci sia qualcosa di eccitante?
Sameer: Penso che la musica in America sia molto eccitante in questo momento. Penso che ci sia un sacco di merda, ma se vai oltre ci sono anche un sacco di cose bellissime e rivoluzionarie. E penso che ovunque nel mondo sia un po’ la stessa cosa, a causa di quella che è la situazione dell’industria discografica. E a volte è profondamente ingiusto che alcuni dei migliori musicisti debbano lottare moltissimo per farsi conoscere e per avere il successo che meritano.

C’è qualche brano che avete deciso di lasciar fuori dal nuovo album, o al contrario che avete deciso di inserire all’ultimo momento?
Francois: Si, in realtà si è trattato di uno dei primi pezzi che abbiamo registrato. Poi ne abbiamo registrati molti altri, e sull’album non volevamo metterne troppi. Quindi ci sono state un sacco di discussioni in merito a quali tenere e a quale invece lasciar fuori. Abbiamo dovuto lasciarne fuori uno, ma comunque lo eseguiremo sempre in tutti i live.

Cosa vi aspettate dal pubblico italiano?
Eric: Che cantino e ballino (ridono, n.d.r.).
Sameer: È difficile aspettarsi qualsiasi cosa…immagino che siano rispettosi e che apprezzino le cose che facciamo.

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