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Young The Giant: Siamo democratici

Gli Young The Giant sono una band di 5 ragazzi, più o meno di 22 anni, proveniente dalla California. Sono arrivati in Italia per il concerto del Primo maggio, e sanno anche che è dedicato ai lavoratori, e per due concerti, uno a Roma e uno a Milano, andati sold out. Il 5 maggio saranno a TRL Awards a Firenze. Abbiamo incontrato Sammer Gadhia, il cantante, e Jacob Tilley, chitarrista, in una round table alla vigilia del concertone a piazza San Giovanni a Roma.

Pur essendo un lavoro omogeneo, il vostro disco risente chiaramente di diverse influenze. Come nascono le vostre canzoni e chi sono i vostri punti di riferimento musicali?
Jacob: Questo disco è il risultato di due anni di lavoro. Noi suoniamo insieme fin dall’high school e ognuno da il suo apporto al processo creativo per cui nelle nostre canzoni sono confluiti i diversi gusti musicali di ognuno di noi cinque, ognuno con un proprio sound perché proveniente da prospettive diverse. Oltre a questo c’era anche l’intenzione di non dar vita a un disco monocromatico, ma a qualcosa di variopinto.
Sameer: Io credo che noi abbiamo tante diverse influenze. Personalmente, come cantante, mi ispiro a Frank Sinatra, e gli altri crooners, The Strokes, e molti cantanti folk, Alice Smith, Johnny Cash. Ogni testo ha la sua storia ma c’è sempre dietro la voglia di comunicare qualcosa.

E i Coldplay?
Sameer: Si, quando ero più giovane li ascoltavo molto. Non so quanto ci influenzino adesso ma nel primo EP dei The Jakes mostra una certa influenza.

Sameer hai sempre saputo di essere un cantante?
Sameer: Quando ho iniziato non avevo le idee chiare su quello che stavo facendo. Io ero un chitarrista e cantavo solo sotto la doccia! (ride, ndr). Poi a 14-15 anni provavamo nel garage di un amico, ma Kevin mi disse che dovevo cantare, non suonare così cantai un paio di cose. Più tardi seppi che i The Jakes cercavano un cantante e, siccome all’epoca per un ragazzo della mia età era importante far parte di una band, mi buttai.

Com’è stato lavorare con Joe Ciccarelli?

Sameer: È stato molto istruttivo! Per noi era la prima volta in un vero studio di registrazione ed era la prima volta che lavoravamo con un produttore professionista, abbiamo imparato molto! Io credo che sia stata una grande persona con cui lavorare per il primo disco ma ora abbiamo più sicurezza in noi stessi e vogliamo essere più indipendenti, ciò non toglie che non dimenticheremo l’esperienza con Ceccarelli con cui siamo e resteremo in contatto.
Jacob: Lui ci ha reso quello che siamo oggi! Eravamo una garage band autodidatta e i suoi insegnamenti ci hanno anche aiutato a migliorare i live. Credo che se incidessimo adesso il disco avrebbe un sound diverso.

Avete inciso il vostro disco con un’etichetta metal, la Roadrunner: credete che le divergenze tra i generi nel mercato musicale si stiano smorzando?
Sameer: Io credo che non siano mai state così forti, che siano più una percezione delle persone. Spesso è più comodo associare un’etichetta con un genere musicale, ma alla fine per la gente non conta l’etichetta ma se è buona musica oppure no. Tra l’altro la Roadrunner ci ha adottati quando eravamo una giovane band e ci ha dato l’attenzione di cui avevamo bisogno. Dobbiamo anche a loro il merito della nostra crescita.

Come siete entrati in contatto con loro?
Sameer: Abbiamo vinto un contest per aprire il concerto Kings of Leon a Chicago: fu la nostra prima esibizione fuori dalla California, avevano 17-18 anni! Dopo quello show ci siamo esibiti al South by SouthWest in Texas, dove si mostrarono interessati a noi sia la Capitol, che qualcuno del gruppo Warner che la Roadrunner. Inizialmente ci chiedemmo “Cosa vuole fare un’etichetta metal con noi?”, ma ci siamo resi conto che erano i più appassionati al nostro progetto. Facemmo subito uno showcase a New York e dopo quindici giorni ci spedirono il contratto, cosa che normalmente non accade.

Perché avete cambiato il vostro nome da The Jakes a Young The Giant?
Jacob: Io credo che sia perché The Jakes è il nome che ci siamo dati alle superiori, quando avevamo 15-16 anni ma le cose cambiano dopo le superiori. Anche al college continuavamo a chiamarci The Jakes ma ormai non ci rappresentava più, era anche cambiata la formazione. Il cambio del nome in Young The Giant ha permesso a noi stessi di cambiare la percezione del gruppo in qualcosa di più serio e di segnare un nuovo punto di inizio. Io credo sia stata una buona cosa, anche perché alcuni componenti non si sentivano più rappresentati dal vecchio nome.
Sameer:Io credo che sia stato un passo importante per sentirci una vera band. Credo che come noi non ce ne siano molte: siamo assolutamente democratici e nessuno è più importante di un altro al punto che nel nostro contratto c’è scritto che se uno di noi cinque lascia la band, gli Young The Giant sono finiti. Il nostro esser uniti dipende anche dal fatto che viviamo insieme fin da quando avevamo 17-18 anni dividendoci i compiti a casa tra chi lava i piatti chi butta la spazzatura e via dicendo. Credo che la nostra amicizia sia ciò che ci rende una band.

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“Cough Syrup” è stata inserita nel noto telefilm “Glee”, vi piace questa versione?

Jacob: Devo dire che è stata eseguita molto bene. Non sono esattamente un fan della serie, anche perché non stiamo mai a casa per vederla, ma molti miei amici la seguono. Mi è piaciuta la scelta di inserirla in una puntata che affrontasse il tema del suicidio e del bullismo dovuto all’orientamento sessuale. In questo modo ci ha resi parte di un messaggio importante su un problema diffuso. E siamo stati contenti che ciò sia accaduto all’interno di un programma di qualità che invoglia i giovani ad avvicinarsi al musical.

L’anno scorso vi siete esibiti agli Mtv Video Music Awards, quanto è stato importante per voi salire su quel palco?

Jacob: Nessuno di noi si sarebbe aspettato di esibirsi su quel palco. Per noi è stato molto importante perché ci ha dato una grande visibilità mediatica ma all’inizio ero un po’ dubbioso perché credo che negli anni Mtv abbia perso la sua credibilità in campo musicale. Noi abbiamo fatto un’esibizione molto diversa dagli altri artisti, che salgono sul palco con ballerini al seguito e show pomposi. Siamo riusciti a ricreare l’ambiente familiare dei nostri live e in questo modo siamo riusciti a trasmettere il modo in cui noi facciamo musica per questo sono molto contento del risultato.

Cosa pensate del Coachella Festival? Vi piacerebbe parteciparvi?
Jacob: Coachella è grande festival che si tiene a fine primavera a Indio in California, dietro casa nostra praticamente! Lo amo moltissimo perché da l’opportunità di condividere il palco ad artisti molto diversi tra loro sia come genere che come cultura. Noi speriamo di suonarci l’anno prossimo.

Una giovane band come voi risente della crisi del mercato discografico?
Sameer: Si, ma io credo che siamo stati fortunati a nascere in periodo di transizione all’online. Le grandi band come Red Hot Chili Peppers, Coldplay, persino i Radiohead sono in difficoltà con le vendite dei loro dischi. Io penso che si debba cambiare la prospettiva.

Voi avete distribuito il vostro disco prima in digitale infatti.

Sameer: Esattamente! Noi siamo cresciuti scaricando musica e sappiamo come muoverci in quel mondo e quanto sia importante per mantenere il contatto con i fan. Io credo sia un bene essere una giovane oggi perché conosci la realtà del mondo musicale e non te ne senti danneggiato ma cerchi di prenderne il meglio. Noi non siamo contrariati ma felici di tutto ciò!

State già lavorando sul nuovo disco?

Sameer: Si, vorremo tornare in studio il prima possibile ma prima dobbiamo tornare a casa! (ride, ndr) Abbiamo molte nuove idee e nuove canzoni che già stiamo testando durante i concerti, anche in Italia. Vedremo!

C’è una canzone che ti diverti di più a suonare?
Jabob: L’ultima traccia del disco” Guns Out”.

A iniziare da “I Got” è nata “In The Open”, versioni delle vostre canzoni suonate in luoghi suggestivi mentre vi spostate da una posto all’altro per il tour. Avete intenzione di girare un video, magari a Roma?
Sameer: Questa è un’idea! (ride, ndr) Per il momento abbiamo finito con le canzoni di questo disco, riprenderemo col prossimo. Magari torneremo qui a girarne uno!
Jacob: Se avremo il budget per tornare a Roma!

La cosa più incredibile che avete vissuto in quest’ultimo anno?
Sameer: Forse il concerto del Primo maggio! (ride, ndr) Abbiamo suonato circa sessanta date negli Stati Uniti ed erano tutte sold out, tranne una. Siamo conosciuti come una band che dà il meglio di sé live e spero che anche i fan italiani penseranno la stesa cosa.

Siete tutti giovanissimi, cosa pensano i vostri genitori del fatto che siete sempre in giro per il mondo?
Jacob: Loro sono contenti! Noi andavamo all’università insieme e quando abbiamo deciso di lasciare per la musica, i nostri genitori ci hanno dato la loro benedizione per seguire i nostri sogni e la nostra strada. Mio padre verrebbe in tour con noi ovunque!

Come vivete la vostra avventura in Italia?

Sameer: Ci sentiamo molto fortunati per questa esperienza che molte band non hanno la possibilità di fare: confrontarsi anche con una cultura diversa, vedere la reazione del pubblico italiano.

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