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Il mood è malato e neanch’io mi sento troppo bene

Tanto vale andare subito al sodo e, un po’ a malincuore, ammettere che questo disco d’esordio degli Yumiko è un modesto prodotto di electro(molto)pop italiano che ha ben poco a che vedere con quei modelli anglosassoni e dark che il quintetto padovano indica come numi tutelari: Massive Attack, Depeche Mode, Cure e compagnia. Se proprio vogliamo parlare di ispirazioni e ispiratori, il primo nome che salta alla mente è quello dei Subsonica; ma, ascoltando con più attenzione le facili e un po’ sterili melodie contenute nei dieci brani di questo “Lividi”, viene automatico riconoscere che a una vocazione blandamente elettronica si affianca, ben più decisa, un’attitudine che abbiamo già definito da “pop italiano”. E quest’ultimo aggettivo non è qui una semplice indicazione geografica, ma un’assai significativa e molto appiccicosa etichetta che ogni tanto, nelle sue forme più deleterie, fa rima con “sanremese”. “Lividi” – sia detto senza alcuno scherno – è un onesto album di pop immerso in vasti e plastificati ambienti elettronici, con gran profusione di asettici synth e stucchevoli tastiere, e una voce che ripete a menadito tutti i classici birignao degli idoli delle radio nostrane: un piatto poco saporito, magari risaputo, ma assolutamente all’altezza di molti altri prodotti medi del genere. Inoltre, per essere un album d’esordio, è ben suonato e ottimamente prodotto. L’impressione complessiva è quella di ascoltare una delle tante band giovani ma già vecchiotte che passano come meteore nella sezione Nuove Proposte della kermesse pippobaudiana: in quel contesto, forse, gli Yumiko coi loro ritmi campionati potrebbero pure apparire moderni e freschi, ma crediamo che nemmeno al pubblico dell’Ariston verrebbe mai in mente di tirare in ballo Robert Smith o Dave Gahan. Dopo la pausa pubblicitaria, di “Lividi” ci siamo già dimenticati.

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