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Shout, Shout, let it aloud!

“Sinners International”, quarto album dell’act industrial-rock svedese e primo senza il chitarrista originario Chris Schleyer, offre non pochi spunti di contrasto; presenta elementi d’originalità rispetto alle flessioni mainstream dei precedenti episodi, ma palesa cruciali zone d’ombra.

La musica respira le melodie malinconiche scandinave, e le incastra in una matrice industrial componendo una pesante tessitura di strumenti, arrangiamenti e campionamenti complessivamente stylish e brillante. Il cantato, un po’ limitato nell’estensione e nei cromatismi, trascina senza manie di protagonismo nelle incursioni synth pop elettroniche di brani come “Sinners International” e “My Little Tragedy”, in un impianto razionale ma non limitato creativamente.

A volte sembra di riprendere i colori ed i tempi di New Order e Tears For Fears, per rimescolarli in un flusso sonoro contemporaneo in cui l’influsso del rumore digitale, e della sfasatura sonora, crea quel quid atmosferico ed esistenziale in grado di poetizzare la sofisticazione.

L’intento fallisce, tuttavia, là dove l’espressione viene indebolita, e si perde nei passi incerti delle ritmiche o nelle cadute d’intensità di brani come “Two Skulls”: punto particolarmente dolente di una seconda metà dell’album che precipita verso il superfluo, tra le melodie meno dirette e la virata verso un riffing chitarristico punk e nu-metal.

Difficile valutare serenamente gli ottimi spunti ed i brani riusciti sotto questa luce, specialmente per la vitalità che viene richiesta ai Zeromancer per via dell’esperienza. La conclusiva “Ammonite” riporta i nostri alla giusta condizione di sapersi vestire dei loro arrangiamenti acrobatici, senza tuttavia smettere di comunicare attraverso il loro pop malinconico e talvolta aggressivo. Ma non è ancora tutto quello che volevamo da loro.

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