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  • Zimmer’s Hole: Legion Of Flames

    Zimmer’s Hole

    Data di uscita: 01-01-2002

    Loudvision:
    Lettori:

C’è stata una fuga da qualche manicomio?

Signori, questi quattro canadesi sono pazzi, completamenate pazzi! Già l’artwork e le loro foto nel booklet generano sospetti, ma basta ascoltare anche i primi secondi del disco per togliersi ogni dubbio.
È impossibile catalogare un album del genere. Tanto per provarci, possiamo cominciare col dire che nella band, sotto contratto con la neonata Virusworx, militano Jed Simon e Byron Stroud, provenienti rispettivamente da chitarra e basso degli Strapping Young Lad, mentre alla produzione troviamo niente meno che quel mattacchione di Devin Townsend. Le altre attività di questi tre individui non fanno altro che determinare una piccola parte delle influenze della band, possiamo infatti riconoscere soprattutto nell’opener una parte del sound apocalittico dei SYL. Il disco prosegue con tracce sempre piuttosto corte, che spaziano dal brutal death al punk rock, passando per thrash, black, heavy metal classico, hard rock e qualsiasi altra cosa possiate immaginare (ma anche no).

Ognuna delle venti tracce è un’enorme sopresa, è veramente impossibile prevedere cosa gli Zimmer’s Hole stiano preparando: pensate a “Re-Anaconda”, che comincia con una sfuriata al fulmicotone, che potrebbe ricordare i Fear Factory, per passare ad un bel pezzo thrash nello stile dei (mai dimenticati) Forbidden, senza però trascurare l’”Anaconda” urlato ogni tanto qua e là in falsetto à la King Diamond… incredibile!
Come potrà poi essere “Well Of Misfortune”? Un pezzo atmosferico con la voce di Dani Filth, ovviamente! Ma bastano pochi secondi per trasformarlo in qualcos’altro. E poi di seguito troviamo la brutalità di “Aerometh”, quindi la finta live “Evil Robots”, che non fa mancare il suo “particolare” tributo a Metallica (risate a profusione).
Ma non vi preoccupate, siamo solo a metà: c’è ancora spazio per i riff degli Ac/Dc, per una cover dei Nazareth (“This Flight Tonight”) e per una bella dose di rock, anche con qualche influenza punk.

In effetti, nonostante il disco sia totalmente frammentario, si può individuare una prima sezione molto potente e pesante, che precede una seconda più allegra e divertente, tanto che diverse tracce sembrano quasi quelle ghost track che alcuni gruppi amano nascondere al termine dei loro cd, e qui possiamo parlare dello stile degli Annihilator. Naturalmente, quando il caos sembra terminato, ci aspettano ancora gli otto minuti dell’ultima traccia contenenti qualcosa come quattro o cinque differenti ghost track, se possibile ancora più folli del resto!

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