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Zu: Nemo propheta in patria

Dopo che gli Zu hanno incendiato il Supersonic Festival di Birmingham (vedi reportage su LoudVision), dopo che la band è fugacemente tornata in Albione per il Big Chill Festival, dopo che tutti sono tornati a casa per godersi un fugace attimo di pace, ecco finalmente che Vera Brozzoni ha occasione di fare due chiacchiere col bassista Massimo Pupillo.

Ciao Massimo, innanzitutto complimenti ancora per il vostro concerto. Siete tutti e tre musicisti di grande livello tecnico. Quale è stata la vostra educazione musicale? Avete preso lezioni di musica rock da subito o siete passati per la musica classica?
Secondo me la tecnica vale solo se ti serve, in sé è un valore aggiunto, anzi da sola produce mostri tipo chitarristi che fanno dischi di assoli superveloci e musiche pericolose per il genere umano come la fusion. Per me un esempio di grande tecnica applicata bene e’ Diamanda Galas, che non fa sfoggio delle sue ottave, ma le utilizza per dire quello che sente. Comunque, nessuno di noi tre ha studiato musica. Jacopo ha studiato pianoforte da piccolo ma poi ha smesso e ha ricominciato con la batteria quando ci siamo conosciuti. Luca e’ andato da un maestro di sax forse tre volte. Io sono stato lontano il più possibile dalle scuole di musica romane visto che trasmettono valori come la fusion e gli assoli alla Steve Vai.

In termini di composizione, quali sono le vostre influenze? La vostra musica è molto difficile da categorizzare, il che è un bene, e vi si può ritrovare una moltitudine di ispirazioni. Quali sono le più importanti?
Siamo ascoltatori onnivori, ascoltiamo cose lontanissime da ciò che facciamo. Abbiamo in comune una fascinazione per il ritmo, ci interessano allo stesso modo il Gamelan balinese o i Meshuggah. L’ispirazione può arrivare da forme molto diverse dalla musica, letture, viaggi, incontri, sogni, epifanie varie. Sicuramente viene dai musicisti che incontriamo nel mondo, a volte una session può funzionare come un download enorme e reciproco di informazioni. Alchemicamente vale l’ adagio “solve et coagula”, nel senso che distilliamo continuamente un numero enorme di influenze, fascinazioni e direzioni e ci lavoriamo fin quando il tutto si scioglie e diventa una nuova forma che sentiamo appartenerci. Quando tocchiamo quel punto è molto evidente a tutti e tre, non saremmo in grado di spiegarlo a parole, è qualcosa che si sente e che ci dà energia e motivazione. Anche se per molti quello che facciamo è difficile ed oscuro, per noi deve farci sentire allo stesso tempo gioia, rabbia e portarci ad un’ esperienza liberatoria.

Come avviene la composizione dei vostri pezzi? Seguite uno schema definito? Uno di voi presenta un canovaccio agli altri, oppure cristallizzate delle improvvisazioni?
Nessuno schema. Di solito la nostra musica nasce collettivamente. Siamo molto lenti nel comporre perché è una specie di processo alchemico in cui la materia viene processata e raffinata. Possiamo partire da una ritmica di batteria, poi una volta che io ho trovato una linea di basso Jacopo ci trova sopra totalmente un’altra ritmica e io magari poi cambio tutto e cosi’ via, fino a che troviamo qualcosa che ci piace veramente, e che poi magari alla fine utilizziamo per 5 secondi in una battuta e basta. Per questo abbiamo aspettato tanto per registrare un nuovo album di composizioni!
[PAGEBREAK] Siete molto più seguiti ed apprezzati all’estero che non in Italia. Perché? Cosa succede nel mondo della musica italiana? È piatto e noioso come sembra o ci sono nuovi gruppi che meritano attenzione?
In Italia ci sono gruppi interessanti e che fanno cose notevoli, molto più che nel resto d’ Europa. Ma abbiamo grossi problemi di infrastrutture, di scena e di promozione. Prima di tutto, non ci sono aiuti per portare la nostra musica all’estero come in altri paesi dove lo Stato non è in mano ai pregiudicati. Non ci sono etichette italiane che abbiano una vera distribuzione all’estero ed è molto difficile proporre un prodotto italiano ad un distributore internazionale, anche perché i nostri gruppi tradizionalmente girano poco all’estero. E le ambasciate italiane preferiscono promuovere l’immagine del paese di pulcinella e del bel canto.
Poi, la stampa: ci abbiamo messo 10 anni ad essere calcolati. Secondo riviste molto diffuse come XL, la musica indipendente italiana nasce, si sviluppa e muore con gli Afterhours. Ma c’è tanto altro lì fuori e ci vorrebbe solo un po’ di coraggio e di curiosità per scoprirlo e proporlo. Basta vedere il caso Allevi: è coccolato dai giornalisti come un nuovo genio quando si tratta veramente delle musichette dei Puffi. E poi in Italia regna un’atmosfera polemica per cui se “ce la fai” allora sicuramente hai leccato il culo a qualcuno oppure è tutto per le amicizie. C’e’ tanta esterofilia e sembra che la Cia abbia lavorato bene ad americanizzarci: ogni sputo che viene dagli Stati Uniti e’ accolto come un oracolo e se per caso noi firmiamo per Ipecac tutti ci rimproverano che ci siamo uniformati al loro suono.
È chiaro che ogni cosa per noi italiani si basa sempre sull’iniziativa e lo sforzo individuali, nessuno viene aiutato mai, nessuno è davvero in grado di aiutare gli altri. Noi proviamo a condividere informazioni con i gruppi che ci piacciono e con cui diventiamo amici, diamo i nostri contatti, li portiamo con noi per qualche data se possibile. Per noi è stato sempre più facile trovare concerti ed etichette all’ estero, ma questo e’ dovuto anche ad una nostra volontà di non relegarci nei confini nazionali. Non ci interessa pescare balene in patria ma pescare aringhe in tutto il mondo.
Oltretutto la musica che ci interessa viene da molte parti, siamo persone curiose e gli Zu ci hanno permesso di visitare un po’ tutto il mondo, di sviluppare amicizie e collaborazioni dalla Norvegia al Giappone agli Stati Uniti. Nessuno di noi tre tende a guardarsi allo specchio tutto soddisfatto, la convinzione che abbiamo ci viene proprio dall’esserci messi in gioco totalmente, aver fatto sempre quel che volevamo e vedere che dall’esterno ci arrivano attestati di stima, fiducia, interesse.

In generale, come si sta in Italia in questo momento storico? Non vi è mai venuto il pensiero di emigrare verso paesi che vi apprezzano di più?

Ci viene in mente più o meno tutti i giorni, il problema è che abbiamo sempre un’agenda troppo fitta. Con Zu facciamo 120 concerti l’anno, più i vari progetti paralleli, alla fine siamo a casa talmente poco che un posto vale l’ altro.
In Italia secondo me oggi si sta male ad un livello preoccupante. Il fatto che i modelli maschili predominanti siano Berlusconi e Fabrizio Corona è il punto più basso a cui si possa arrivare. La commistione fra politica e criminalità organizzata non è mai stata così evidente. Il fatto che questi ipocriti si circondino di escort e poi facciano il Family Day, vogliano impedire l’aborto e la pillola del giorno dopo, e che tutto questo non determini una ribellione generale indica il frazionamento di ogni coscienza civile.
Facendo questo lavoro vivi sicuramente una realtà privilegiata, perché il consorzio umano di cui ti circondi è un’ isola felice; ma appena ne esci è impressionante il livello medio della mentalità a cui siamo giunti, la disinformazione, il menefreghismo totale e la superficialità con cui si affronta la vita. Sembra la mentalità della Germania del 1932. Potenzialmente l’Italia potrebbe essere un paese meraviglioso in cui vivere, ma viene costantemente saccheggiato sin dal dopoguerra. Noam Chomsky dice chiaramente che siamo un esperimento della CIA, che ci controllava perché l’Italia era il paese occidentale a maggior rischio di comunismo dopo la resistenza partigiana. Ti sfido a trovare un paese dove la storia è stata più sfigurata, deviata e manipolata dagli stessi governanti.

Come è stata l’esperienza di Birmingham? Avete altri festival o concerti in programma in UK?
Abbiamo un tour in arrivo a fine settembre in UK e Irlanda, e suoniamo ad un festival a Bristol in cui ci ha invitati Geoff Barrow dei Portishead. Poi torneremo verso fine anno per un altra data ancora a Londra.
Il Supersonic è uno di quei festival tipo ATP o Roadburn che davvero segnano lo stato dell’arte, in cui hai la possibilità di vedere gruppi impressionanti e incontrare amici che hai incontrato in tour nell’ultimo anno, tutti insieme. E rispetto a festival enormi tipo Roskilde, la programmazione è davvero coraggiosa e c’è di tutto, dal Metal alla sperimentazione. Quest’anno siamo stati molto fortunati, abbiamo fatto ATP, Primavera, Roskilde, Supersonic e ovunque ci sembra di aver lasciato una traccia e di essere attesi in modo positivo. È un buon momento per Zu.

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