Home > Recensioni > La zuppa del demonio

Davide Ferrario porta a alla Mostra del Cinema di Venezia 2014, fuori concorso, il suo documentario da materiali d’archivio “La zuppa del demonio”, con l’intento di raccontare una storia del progresso industriale in Italia nel Novecento.

Dalla diffusione delle automobili, alla costruzione di ponti e dighe, alla fondazione di acciaierie e centrali nucleari, Ferrario ripesca filmati d’archivio originali e li utilizza per il suo racconto sul cambiamento degli stili di vita della popolazione italiana. Inoltre, a commento dei filmati, Ferrario inserisce frammenti di giornalisti e artisti coevi come Carlo Emilio Gadda, Italo Calvino, Primo Levi, Dino Buzzati e Ermanno Olmi.

Il risultato del progetto è interessante, in primis per avere un’idea di cosa significava per la gente comune l’arrivo di quelle diavolerie industriali e come avrebbe aiutato il Paese a eccellere (per la retorica fascista) o a rialzarsi (nel dopoguerra); d’altro canto scoprire quanto entusiasmo circondava queste ondate di rapido progresso ci permette anche di fare un confronto dal nostro punto di vista privilegiato di viaggiatori del tempo, e cercare di capire cosa possa essere andato storto. Se qualcosa è andato storto.

Il film è realizzato in collaborazione con l’Archivio Nazionale Cinema d’Impresa di Ivrea (sede della storica Olivetti), e i materiali utilizzati provengono da vari archivi delle imprese storiche italiane.

Per la cronaca, “La zuppa del demonio” è il crogiolo degli altoforni dove si mescolano gli “ingredienti” necessari a forgiare l’acciaio. L’espressione è di Dino Buzzati, ma è utilizzata qui per evidenziare la natura ambigua del progresso e delle sue conseguenze.

L’uscita nelle sale è prevista per l’11 settembre prossimo.

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