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Apres La Classe: “L’evoluzione è positiva” | INTERVISTA

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Gli Apres La Classe tornano con un nuovo singolo “Salvador”, una fotografia della realtà (contemporanea e non), in cui il protagonista è accecato dal denaro (anzi, dal materialismo). Con altri due singoli in cantiere. Con molte date in programma. Con una nuova cifra stilistica. Con molti progetti.

Sono tornati, come tornano sempre dal 1996. Sempre diversi, in continua evoluzione, ma sempre uguali. Sempre con la voglia di raccontare la realtà, con quel tocco di ironia che dà la giusta dose di leggerezza ad ogni brano (anche quando si tratta di argomenti davvero pesanti), ma con la prerogativa di dire sempre la verità. Anche quando è scomoda, quando è triste.

In questa piacevole chiacchierata ci hanno parlato del loro presente, con uno sguardo al futuro e un piede nel passato.

Il 15 novembre è stato pubblicato “Salvador”, il vostro ultimo singolo. Il protagonista è accecato dal denaro, tanto da non riuscire a vedere neanche le ingiustizie che passano davanti ai suoi occhi. È questa quindi una metafora della vita?

Hai centrato in pieno. È uno dei problemi che attanaglia la vita di noi musicisti, ma anche noi uomini e cittadini del mondo. Così Abbiamo voluto riportarlo in musica. È però un problema narrato con il sorriso sulle labbra, anche per renderlo più appetibile.

 I soldi, quindi, secondo voi molto spesso superano i valori, l’etica, la morale. È sempre stato così, oppure al giorno d’oggi vedete un peggioramento nella società?

Più che i soldi, il nostro è un discorso basato sul materialismo in senso lato, quindi non strettamente legato ai soldi (anche se questi sono la rappresentazione massima del materialismo). Io credo che ci sia sempre stato nella società. In questo momento storico però, nell’era dell’apparire più che dell’essere, ha preso piede un pelo più di prima. Amiamo parlare ai giovani, che sono il futuro della nazione, quindi parlando a loro pensiamo di dire qualcosa di attuale che probabilmente va riscritto.

 A proposito di giovani… Ci sono band del panorama “contemporaneo” che apprezzate?

Due nomi al volo che ci piacciono particolarmente sono Willie Peyote e Anastasio. Ma noi seguiamo a 360 gradi tutta la scena italiana. Ci sono artisti che ci piacciono molto, altri per niente, ma siamo molto aperti a tutto. Il cambiamento che sta avvenendo in musica bisogna vederlo come un’evoluzione e prenderne il buono. Non bisogna vederlo solo come il fenomeno trap.

A proposito del cambiamento nella musica. La vostra carriera ha avuto inizio oltre 20 anni fa, nel 1996, per essere precisi. Com’è cambiata la musica in tutti questi anni? E, soprattutto, credete che sia giusto adattarsi al cambiamento?

Sì, ma sempre mantenendo una dignità e non rientrando troppo in un aspetto materialistico fine a se stesso. Gli Apres dopo un bel po’ di anni di storia sono ancora qui più carichi di prima perchè non hanno mai venduto l’anima al diavolo. L’evoluzione è positiva, la musica è cambiata tantissimo dal nostro primo album. Bisogna prendere i punti positivi del cambiamento. Anche quando arrivarono Skrillex, Nero, Rusko, la dubstep per molti era “la musica del demonio” quasi, perché rompeva tutti gli schemi fino a quel momento rispettati nella composizione musicale. Noi invece ne abbiamo tratto qualcosa, nella forma e nella dose opportuna. Certo però, allo stesso tempo lasciarsi trasportare con inerzia dal cambiamento non va bene. Ascoltare e provare mettersi sempre in discussione credo che sia molto importante. L’ha fatto Gianni Morandi che per tutti è un maestro nella comunicazione, perchè non dovrebbero farlo gruppi molti più giovani? (Ride)

Si parla sempre delle lingue che usate nelle vostre canzoni. Quando scrivete un brano, quando arriva la scelta della lingua con cui esprimervi?

In modo molto naturale. Per i ritornelli a volte nasce grazie a un tema oppure ad una frase in quella lingua. Per le strofe in base spesso al ritmo che ha la lingua sul beat scelto.

Ad esempio, in “Salvador” avete scelto, insieme all’italiano, lo spagnolo. Era la più adatta a raccontare questa storia?

Avevamo individuato questa figura fantomatica di Salvador che rimanda un po’ al western, un po’ al Messico. La lingua più vicina a disposizione era lo spagnolo. Non ci facciamo troppi problemi su questo. Più che altro ci concentriamo sulla fonetica che deve avere quel brano e sul significato. Se vogliamo parlare di denuncia il francese, per la storia della Francia, è la lingua perfetta, ma è anche molto elegante (basti pensare alle chanson). Lo spagnolo allo stesso tempo può essere caliente ma anche di denuncia, come anche il nostro dialetto può rimarcare molto alcuni concetti.

Il brano è stato scritto insieme a Danti. Com’è nata questa collaborazione?

Danti è un nostro caro amico. C’è molto rispetto reciproco. Qualche anno fa fece un remix di “Mammalitaliani”. Da quel momento è nata anche una stima professionale reciproca. Siamo sempre rimasti in contatto negli anni, finchè non abbiamo avuto l’idea comune di collaborazione su un brano degli Apres. Non volevamo né un remix, né un featuring. Ci siamo chiusi in chiuso, mettendo insieme le nostre idee ed il suo talento e siamo molto contenti del risultato.

Cosa dobbiamo aspettarci dopo il singolo? Cosa avverrà?

Stiamo lavorando a due singoli in uscita nel 2020. E allo stesso tempo stiamo mettendo da parte tantissimi brani per un nuovo album. Non è ancora ora adesso, abbiamo bisogno di far uscire un altro paio di brani per far capire in quale direzione stiamo andando. Gli Apres cambiano totalmente negli anni. Quindi bisogna far capire a piccole dosi quale strada stiamo prendendo.

Per quanto riguarda l’attività live… Avete suonato in Europa, in America. Avete riscontrato differenze? Come vi accoglie il pubblico oltreoceano?

In alcune nazioni abbiamo trovato pane per i nostri denti, come l’Ungheria, la Polonia, l’Albania, l’Inghilterra. Ci sono state esperienze particolarmente felici ed altre che probabilmente non rifaremo mai più, perché le nostre sonorità in alcune zone non hanno molto spazio di espressione. L’America Latina e l’Europa possono darci uno spazio per una crescita futura. New York, Los Angeles, Miami hanno già le loro sonorità ben marcate e alcune si avvicinano alle nostre, quindi ci sono già punti di riferimento lì. Invece l’America Latina e l’Europa necessitano di quel sound e quindi sappiamo colpire il pubblico e creare pubblico. In futuro faremo date proprio in quelle zone.

E continuando a parlare di date. Il 2019 è stato, per voi, in questo senso un ano davvero ricco. Quando ripartirete?

A dicembre saremo a Lecce, Teramo, Milano, Parma. A gennaio 2020 ripartiremo dall’Estragon di Bologna. Noi siamo sempre in tour, ci fermeremo solo un paio di mesi tra febbraio e marzo per affinare la scaletta per le date estive e lavorare al singolo nuovo. Ma non siamo quasi mai fermi.

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