Home > Recensioni > Cannes 2017 — Okja

Schiacciato dalla polemica tra il Festival di Cannes e il produttore Netflix, abbiamo finalmente potuto vedere questa mattina “Okja” di Bong Joon-ho, lo sbarco nel cinema per i ragazzi di un grande autore che non ha mai disdegnato (e non lo fa nemmeno questa volta) di lanciare messaggi politici diretti e circostanziati all’interno del suo cinema.

Probabilmente non adattissimo per il Concorso cannense, “Okja” è una sorta di aggiornamento di “E.T.” all’epoca dell’animalismo militante, con più di una suggestione (e un’immagine su tutte) proveniente da “Il mio amico Totoro” di Hayao Miyazaki. Un’opera che che cerca di satirizzare tutto, mentre parla di multinazionali dell’alimentazione, di OGM, di ecoterroristi, di macelli, riuscendoci spesso ma fallendo, probabilmente, con un finale davvero troppo accomodante, evidentemente una concessione al target spettatoriale che la produzione deve aver chiesto espressamente (il film è costato intorno ai 50 milioni di dollari).

La multinazionale Mirando, rappresentata dalla figlia del fondatore (Tilda Swinton), crea un nuovo tipo di supermaiale modificato geneticamente, dalla carne buonissima, e affida i primi embrioni a ventisei allevatori sparsi per il mondo. In Corea del Sud una ragazzina di nome Mija (Ahn Seo-hyun), la figlia dell’allevatore, instaura un rapporto d’amicizia con il grosso animale, e lo chiama Okja. Quando, dopo dieci anni, il volto televisivo della multinazionale (Jake Gyllenhaal) arriva a riprendersi l’animale, Mija scappa di casa per cercare di ricongiungersi con Ouja. La aiuteranno un gruppo di terroristi animalisti guidati da J (Paul Dano).

Sotto la lente deformante dell’ironia della sceneggiatura scritta dallo stesso regista (insieme a Jon Ronson) ci finiscono davvero tutti. Facciamo solo qualche esempio: gli ecoterroristi si arrabbiano tantissimo quando qualcuno sbaglia le traduzioni (“la traduzione è sacra”, si legge sul braccio tatuato di uno di questi) e persino uno starnuto potrebbe compromettere l’equilibrio naturale, il nonno coreano umile è in realtà un avido accumulatore di denaro, la multinazionale vuole fare del profitto attraverso l’alterazione genetica ma sta anche creando grossi animali che potranno sfamare miliardi di persone (e infatti molti degli allevatori sono situati in Peasi del Terzo Mondo). Non ci sono buoni e cattivi delineati nella nostra contemporaneità, ogni posizione contiene lati oscuri e ogni entità percepita come malvagia può avere delle motivazioni se si va a grattare appena un po’ la superficie. Il film riesce a delineare quanto appena detto in maniera leggera, affidandosi alla recitazione caricata e parossistica di un pugno di star hollywoodiane che si divertono molto (forse anche troppo), e si vede.

Bellissima la CGI che ha generato Okja e gli altri megaporcelli, creature fisiche, che si fanno accarezzare, si scontrano con le superfici, sono perfettamente integrate all’interno delle scenografie “reali”. Le carezze di Mija sulla pelle ruvida della creatura creano il legame, un legame che affascinerà soprattutto gli spettatori più giovani. Due parole anche sulla bambina, davvero un prototipo di eroina del Terzo Millennio: decisa, pronta a tutto, anche a far leva sull’unica debolezza del nemico, i soldi. Il tour finale nel macello del New Jersey è il segmento più riuscito, e traccia parallelismi “maturi”, laceranti, dispiegando un prefinale tutt’altro che accomodante.

In sostanza, un film per ragazzi dalla concezione moderna, che aggiorna ogni canone cercando di seguire la sensibilità dell’epoca, lo spirito del tempo. Uno spettacolo che grandi e piccini potranno godersi insieme sul divano di casa, perchè in sala, probabilmente, non arriverà mai. Però, e lo diciamo ancora una volta in chiusura, con il Concorso di Cannes non c’entra davvero nulla.

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