Home > Recensioni > Cannes 2018 — Solo: A Star Wars Story
  • Cannes 2018 — Solo: A Star Wars Story

    Diretto da Ron Howard

    Data di uscita: 23-05-2018

    vai alla scheda del film

    Loudvision:
    Lettori:

Quanto è grande la galassia lontana lontana? Quante sono le altre storie da raccontare? Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2018, “Solo: A Star Wars Story” è il secondo film, dopo “Rogue One” di Gareth Edwards, che prova a rispondere a questa domanda.  

Ho sempre avuto la sensazione che dietro la figura di Han Solo, questo affascinante contrabbandiere accompagnato dal fidato co-pilota Chewbecca, ce ne fosse una pazzesca, di queste storie. Mille avventure, mille pericoli, in remoti angoli della Galassia. Racconti della frontiera. Perché, se da una parte quella degli Skywalker è sempre stata una saga fantasy ambientata nello spazio, Han Solo era l’antieroe che veniva dal western crepuscolare. Fuorilegge busco, ma fondamentalmente giusto, con la faccia tosta, padre putativo di personaggi come Spike Spiegel di “Cowboy Be-bop”, Malcom Raynolds di “Firefly” e tutto quelli che sono venuti dopo di lui.

Il Solo di George Lucas, dobbiamo ammetterlo, non era poi così sfaccettato. Scritto in maniera essenziale, lasciava allo spettatore il compito di immaginare cosa lo aveva portato fin lì. Un’icona, più che un personaggio, che trovava la propria forza nel carisma del suo interprete, in quel mezzo – irresistibile – sorriso di Harrison Ford, per certi versi lo stesso di Indiana Jones. Il compito di “Solo: A Star Wars Story”, dunque, era quello di riempire i buchi della sua storia personale e trasformare l’icona in un personaggio con un proprio vissuto alle spalle. Un rischio, considerato il culto alla base dell’intera saga di Guerre Stellari.

Chissà come Phil Lord e Christopher Miller, registi che hanno ampiamente dimostrato di avere estro e grande forza creativa in film come “21 Jump Street” e “The Lego Movie”, avrebbero affrontato questa scommessa, se fossero rimasti. Chissà se il loro particolare senso dell’umorismo si sarebbe ben adattato al personaggio di Han Solo. In realtà, non mi piace mai molto giocare al gioco del se fosse, con il rischio di parlare di cose che, semplicemente, non sappiamo. Ecco invece quello che sappiamo: Ron Howard, subentrato alla regia, e la produttrice Kathleen Kennedy hanno scelto di minimizzare ogni fattore di rischio.

“Solo: A Star Wars Story” è una tipica storia delle origini, più interessata a spiegare, piuttosto che narrare. Soprattutto, ad arrivare dove deve. È come se, durante un viaggio, qualcuno vi dicesse: è necessario andare da un punto A ad un punto B e fare tappa qui e qui, scegliete voi il percorso. Howard e gli sceneggiatori Jonathan e Lawrence Kasdan hanno deciso di rimanere sulla strada asfaltata e andare semplicemente dritto. Proviamo a uscire dalla metafora?

Siamo sul pianeta Corellia, dove il giovane Han (Alden Ehrenreich), che sogna di diventare il miglior pilota della galassia, vive insieme a Qi’ra (Emilia Clarke) in una condizione di semi schiavitù. “Solo: A Star Wars Story” inizia con il loro tentativo di fuga. La vita li separerà per tre anni, Han Solo conoscerà il compagno di avventure di una vita Chewbacca (Joonas Suotamo), il mercenario Tobias Beckett (Woody Harrelson) e l’ex-contrabbandiere e giocatore di Sabaac Lando Calrissian (Donal Glover). Il resto è storia. 

Non voglio dire troppo sulla trama di “Solo”, anche se non è che ci sia molto da svelare in una storia accessoria che serve solamente, come dicevo, per mettere insieme tutta una serie di esigue informazioni biografiche che già conosciamo. Come quella volta in cui il Millennium Falcon ha eseguito la rotta di Kessel in meno di 12 parsec.

È però nella caratterizzazione dei personaggi principali, più forse che nella trama, che “Solo” delude. Per quanto Alden Ehrenreich sia un buon attore, come abbiamo visto anche in “Ave, Cesare!”, non ha quel carisma in grado di far vivere di vita propria un personaggio scritto in maniera scarna, che rimane esattamente uguale dall’inizio alla fine.

Il vero problema, tuttavia, risiede nella figura di Qi’ra. Sappiamo che ha avuto una vita difficile, è una «sopravvissuta», come ci viene ripetuto più volte, ma non c’è nulla nel modo di recitare monocorde di Emilia Clarke che faccia trasparire questo dissidio interiore, l’ambiguità, il suo lato oscuro. Niente che aiuti lo spettatore ad immagine cosa ci sia alle sue spalle. Qi’ra finisce per essere una sagoma di cartone, messa lì per esigenze narrative. Considerando che, nelle intenzioni, funge da motore e centro dell’intera vicenda, potete capire quale sia il problema. 

Meno male che ci sono Woody Harrelson, Donald Glover e Phoebe Waller-Bridge a risollevare un po’ il tono di “Solo”! Il ruolo di Beckett sembra cucito addosso a Harrelson, che riesce a conferirgli la giusta autorevolezza e ruvidità. 

Glover – che ve lo dico a fare – è il giovane Lando dei miei sogni più sfrenati. Magnetico, misurato, divertente e intenso quando serve. È un peccato che gli sia concesso così poco spazio. Non è un mistero che sia uno degli attori (ma anche degli sceneggiatori, registi, musicisti e pure intrattenitori) tra i più promettenti della sua generazione. Si è fatto notare in “Community” di Dan Harmon, ma ha mostrato il suo valore dal primissimo episodio del suo “Atlanta“, una delle migliori serie televisive degli ultimi anni. Da lì in poi è stato un crescendo, fino al nuovo video di Childish Gambino, “This is America”, di cui tutti stiamo parlando. Io, non lo nego, ho perso la testa per lui già da un po’.

Tra i nuovo personaggi, L3-37 è la vera rivelazione di “Solo”: un droide dalle inclinazioni rivoluzionarie a cui sono affidati momenti di acuto umorismo. La voce di L3 è di Phoebe Waller-Bridge, che potreste aver già incontrato nell’ottimo “Fleabag”, di cui è anche autrice. Sicuramente, uno dei motivi per vedere il film in lingua originale.

È interessante, inoltre, segnalare come nella colonna sonora molto standard di John Powell, che incorpora temi classici di John Williams, sia possibile rintracciare, al di là degli eccessi orchestrali, qualche sonorità davvero particolare (soprattutto nelle sequenze con i predoni).

Al di là di questi pochi elementi di interesse, “Solo: A Star Wars Story” finisce per essere un film privo di guizzi. Dal ritmo sempre alto e sicuramente girato con mestiere, anche troppo “da manuale”, ma con una sceneggiatura pigra e svogliata. O forse solo poco coraggiosa. Gareth Edwards, pur con tutti i difetti di “Rogue One”, ci aveva mostrato qualcosa che non avevamo mai visto: la negazione dell’epica mitica di “Star Wars”, la dimensione umana e meno edificante della rivoluzione, in cui non ci sono eroi senza macchia. Cosa ci mostra “Solo: A Star Wars Story” di questa frontiera ai margini della Galassia, che non avevamo mai visto prima? O anche solo immaginato?

Pro

Contro

Scroll To Top