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  • Cannes 2019 — Le jeune Ahmed

    Diretto da Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne

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Che cocente (e francamente inattesa) delusione “Le jeune Ahmed”, il nuovo film dei fratelli Jean-Pierre Luc Dardenne, per l’ottava volta nella loro carriera in Concorso al Festival di Cannes. Un tema attuale e importantissimo, quello della radicalizzazione islamica in territorio belga, trattato con un pressappochismo e una sciatteria di scrittura che lascia sconcertati. Già il precedente “La ragazza senza nome” ci aveva lasciato perplessi, quest’ultima prova ci fa temere sul serio che due tra gli autori più importanti del nuovo secolo, portatori di un’etica e di un’estetica dell’immagine che ha contribuito a formare autori e rimpinguare filmografie (un nome su tutti, Claudio Giovannesi) siano precipitati in una crisi d’ispirazione dalla quale potrebbe essere complicato risalire. L’opera non è manichea, non prende posizioni nette (e questo è un bene), ma gli scarni ottanta minuti di durata non bastano a contenere tutte le tematiche che i fratelli tentano d’infilarci dentro.

Ahmed (Idir Ben Addi) ha tredici anni ed è entrato nella spirale dell’integralismo musulmano grazie all’indottrinamento di un imam (Othmane Moumen) che, tra le altre cose, gli ripete che la sua insegnante di lingua araba (Myriem Akheddiou), anch’essa musulmana, è un’apostata. Ahmed, che venera un cugino martire dell’Islam, decide allora di procedere autonomamente e di passare all’azione nei suoi confronti.

Intendiamoci, il percorso che Ahmed compie, o che per la maggior parte è già compiuto, non ha nulla di controverso e di politicamente scorretto. Nel film vediamo, in aperta e dura contrapposizione, due gruppi d’islamici, gli integrati (nella società occidentale) e gli integralisti, e la forza di persuasione di questi ultimi sul nostro protagonista ci fa solo intuire l’humus esistenziale e culturale in cui riesce a far breccia. Il disagio adolescenziale trova, con l’ausilio di “catttivi” maestri che donano al ragazzo tutte le attenzioni che le reti amicali e parentali non riescono a soddisfare, una calda coperta sotto la quale nascondersi, un’agenda fitta d’impegni (quasi un sostitutivo della palestra, del tennis, dei videogiochi) con le preghiere quotidiane. Lo sguardo “esterno” dei Dardenne, e qui cominciano i problemi, sembra prendersi gioco dello spaesato Ahmed, che scarica pesanti casse, invece di andare a scuola, nel minimarket/anticamera della moschea (in realtà uno scalcinato stanzone seminterrato).

Con le svolte della seconda parte, il film prende una china da cui non si risale più: la possibile redenzione, più desiderata che realmente possibile, e poi un evento risolutivo, punitivo oltre ogni limite. Si torna dalle parti de “Il ragazzo con la bicicletta”, che aveva comunque tutt’altro spessore. La macchina da presa “a seguire” il personaggio pricipale, vero marchio di fabbrica di casa Dardenne, interviene in qualche momento, indica drammaticità in atto, segnala il pericolo, come se la prossimità con QUESTO personaggio fosse un pericolo, da cui stare letteralmente alla larga. I tempi di “Rosetta” e delle Palme d’Oro, oggi, ci appaiono un po’ più lontani …

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Contro

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