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  • Captain Marvel

    Diretto da Anna Boden e Ryan Fleck

    Data di uscita: 06-03-2019

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Chi è Captain Marvel? Soprattutto, chi è Carol Danvers? No, non intendo propriamente il personaggio creato da Stan Lee e Gene Colan nel 1967, che nel corso degli anni ha visto succedersi numerose incarnazioni diverse, maschili e femminili. Non parlo nemmeno del maggiore dell’aeronautica Carol Danvers, creata nel 1968 come comprimario della serie e diventata, nel 1977, Ms. Marvel. Forse neanche del personaggio del reboot del 2012 scritto da Kelly Sue DeConnick, nel quale Carol assume definitivamente l’identità di Capitan Marvel.

CHI È DAVVERO l’eroina protagonista di questo ventunesimo film del Marvel Cinematic Universe diretto da Anna Boden e Ryan Fleck? All’inizio di “Captain Marvel” è la stessa Vers (Brie Larson) a non saperlo. Sa di essere una potente guerriera Kree della Starforce, una divisione d’elite guidata dal suo mentore Yon-Rogg (Jude Law). Sa di essere in missione per conto della Suprema Intelligenza a capo dell’Impero di Hala. Sa di essere precipitata sul piccolo e poco evoluto pianeta Terra, nel tentativo di bloccare, a ogni costo, l’invasione degli Skrull, temibili alieni mutaforma in grado di mettere in pericolo lo status quo. Ma cosa non sa, o meglio non riesce a ricordare, del suo passato?

Quella raccontata in “Captain Marvel”, film che precede “Avengers: Endgame” con tutto il suo carico di aspettative, è la storia di una presa di coscienza, di un eroismo che ha ben poco a che fare con l’avere capacità sovrumane, ma molto con la consapevolezza di sé. Del proprio passato, presente e futuro. Di chi si è e dove si vuole arrivare. Una origin story al contrario, che inizia con una protagonista già in possesso di abilità speciali, ma privata dei ricordi e, dunque, della propria identità e umanità. Un cammino a ritroso per scoprire che, semplicemente, l’eroina Carol Danvers esisteva ben prima di ottenere superpoteri.

Come nel caso di “Black Panther”, anche “Captain Marvel” è un film costruito intorno al proprio potente messaggio, al proprio pubblico di riferimento e al significato di un prodotto come questo all’interno delle logiche dei blockbuster. È primo film della Marvel incentrato su una supereroina e arriva dopo più di 10 anni dall’inizio della lunga avventura cinematografica.

Meglio tardi che mai, è il caso di dire, perché i tempi erano già maturi da un bel po’. Per una volta, Marvel si era fatta battere sul tempo DC-Warner. Ma Captain Marvel non è Wonder Woman, film che personalmente non ho molto apprezzato per tutta una serie di motivi, ma di cui non posso comunque negare l’impatto culturale. Vers non ha bisogno di farsi spiegare il mondo da nessuno. È un personaggio femminile duro, spigoloso, ostinato. Va dritta per la sua strada ed è in grado di trovare da sola la sua verità. Nei ricordi, ma soprattutto nella solidarietà con altre donne come lei, eroine con o senza superpoteri.

È qualcosa di già visto, certo, ma a ben altri livelli: penso solo ai modelli eroici femminili offerti da prodotti televisivi generazionali come “Xena” o “Buffy”, che forse solo per puro caso, o forse no, sono stati concepiti negli stessi anni in cui è ambientato “Captain Marvel”.

Questa volta ci sono altri interessi in ballo, altri target, altre generazioni. Perché non sono più gli anni ‘90 e “Captain Marvel” non è un film per noi che ne scriviamo, ma per ragazzine dell’età di Monica Rambeau (Akira Akbar, che interpreta un personaggio di cui sentiremo ancora parlare), figlia di Maria (Lashana Lynch), collaudatrice di aerei da combattimento e migliore amica di Carol.

E allora, forse non importa che il film di Boden e Fleck sia disomogeneo, con un’anima divisa tra la fantascienza pura e buddy movie, ma non del tutto amalgamata, e una sceneggiatura forse troppo didascalica. Oppure che l’umorismo non sia sempre ben calibrato e che le scene di combattimento siano girate in maniera un po’ anonima e confusa. Il messaggio arriva forte e chiaro a chi deve arrivare.

Non vorrei comunque essere fraintesa: “Captain Marvel” è, nel complesso, estremamente godibile. Si inserisce bene nella mitologia dell’MCU e fornisce un ottimo aggancio a “Endgame”.

Brie Larson regala un’interpretazione solida e convincente, con un personaggio sicuro di sé, ironico e sfrontato, che non ricade mai in alcun stereotipi o connotazione di genere. Il sempre ottimo Ben Mendelsohn, in una veste inconsueta, dimostra di avere anche un buon senso del comico. Samuel L Jackson, ringiovanito digitalmente come se fosse tornato ai tempi di “Pulp Fiction”, è sempre irresistibile anche solo essendo Samuel L Jackson. Tuttavia, a questo giro, gli viene affiancato un compagno di eccezione: il gatto Goose (che nel fumetto si chiamava Chewie e qui è interpretato da Reggie, Archie, Gonzo e Rizzo), il cui nome non è l’unico riferimento a “Top Gun” presente nel film. I siparietti tra Fury e Goose sono tanto prevedibili quando adorabili e io sento già fremere l’internet.

Chiudo parlando dell’interessante colonna sonora, che include pezzi elettronici composti per l’occasione dalla musicista turco-americana Pinar Toprak, che fanno da collante ai brani anni ‘90 di No Doubt, Garbage, Hole, Elastica. Le scelte forse non sono così ricercate, ma sicuramente emblematiche, e il mio cuore ha sussultato più di una volta. ‘Cause I’m just a girl.

 

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