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Cate Blanchett presenta Il Mistero della Casa del Tempo

Il mistero della casa del tempo” (“The House with a Clock in its Walls”) porta al cinema il romanzo fantasy per giovani lettori, primo di una serie, scritto da John Bellairs nel 1973 con illustrazioni di Edward Gorey: l’adattamento è di Eric Kripke, già autore per la televisione con “Supernatural” e innamorato dei libri di Bellairs fin da ragazzino. Alla regia troviamo invece Eli Roth, chiamato a incanalare il suo gusto estremo per l’horror (“Hostel”, “The Green Inferno“) in una produzione rivolta ai ragazzini. E il risultato è sorprendentemente buono (qui la recensione).

Il film, al cinema dal 31 ottobre giusto in tempo per Halloween, è in Selezione Ufficiale in questi giorni alla Festa del Cinema di Roma e a presentarlo è intervenuta Cate Blanchett, che al festival è stata anche protagonista di un Incontro Ravvicinato col pubblico.

In “Il mistero della casa del tempo” l’attrice interpreta l’ironica Mrs. Zimmerman, una strega dal passato misterioso che entra nella vita del piccolo Lewis (Owen Vaccaro) quando il bambino, che ha da poco perso i genitori, si trasferisce a vivere con lo zio Jonathan (Jack Black), anche lui capace di usare la magia, in una vecchia casa inquietante e piena di orologi.

«Ciò che ho amato della sceneggiatura di Kripke, così come delle scenografie realizzate da John Hutman – racconta Cate Blanchett – è il modo di intendere la magia come qualcosa di profondamente radicato nel mondo reale. La magia è trasformazione, pensiamo all’alchimia e all’antico sogno di trasformare il piombo in oro… In questo senso, la magia si fa anche metafora del cambiamento e della sua necessità: lo trovo un messaggio molto positivo da proporre ai bambini, senza voler rifilare loro una banale lezioncina. “Il mistero della casa del tempo” non si rivolge mai ai giovani spettatori con toni paternalistici o sentimentali, né presenta loro un mondo facile e felice. Al contrario, celebra la diversità, la weirdness, dei protagonisti».

Del resto, continua Cate Blanchett «l’infanzia come la si intende oggi è un concetto relativamente recente, ormai compromesso dal marketing. Credo invece che i bambini possiedano una capacità di resistenza e di comprensione della realtà molto più grande di quella che gli viene comunemente attribuita. Perciò, mettere in scena per loro una storia complessa, che pone domande altrettanto complesse, è una sfida decisamente più stimolante per un attore. I film non sono strumenti educativi, ma provocatori: sta agli spettatori poi cogliere la provocazione e approfittarne per instaurare un dialogo con i più piccoli. Prima di girare “il mistero della casa del tempo” ho riletto il romanzo di Bellairs con mio figlio di dieci anni e osservare le sue reazioni, capire cosa lo interessava di più nella storia, è stata una guida preziosa».

Alla stessa Blanchett, da ragazzina, il genere horror piaceva moltissimo: «Ne ero ossessionata, guardavo quattro o cinque horror ogni fine settimana. Per questo sono stata felicissima all’idea di lavorare con Eli Roth, mi sembrava interessante affidare un film per famiglie a un regista così di genere».

Un genere di lunghissima e ricca tradizione, pieno di potenziali fonti di ispirazione, ma, dice ancora Blanchett, «quando guardo film, vado alle mostre, leggo romanzi o ascolto musica, non penso in maniera consapevole a come poter riutilizzare quelle suggestioni nel mio lavoro. Penso che sia un processo inconscio: tutto ciò di cui facciamo esperienza, e non mi riferisco solamente all’arte, diventa parte di noi.

Per quanto riguarda la caratterizzazione del mio personaggio in “Il mistero della casa del tempo”, Mrs. Zimmerman, sono partita dall’aspetto visivo: il film suggerisce con delicatezza come lei sia sopravvissuta ai campi di sterminio durante la seconda guerra mondiale, così ho osservato molte fotografie d’epoca per cercare di coglierne l’essenza, l’energia che mi trasmettevano. In ogni caso, come attore puoi avere tutti i riferimenti che vuoi ma se non riesci a stabilire un contatto con gli spettatori è tutto inutile. La recitazione ha a che fare con l’empatia, significa comprendere la realtà di un’altra persona. Non prendo mai in considerazione le mie esperienze personali quando interpreto un personaggio. Anzi, io mi trovo noiosissima, non so cosa ci facciate voi tutti qui ad ascoltarmi!».

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