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Festa del Cinema di Roma 2019 | Incontro con Ethan Coen

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Ad inaugurare gli Incontri ravvicinati con il pubblico, il vero marchio di fabbrica della direzione di Antonio Monda della Festa del Cinema di Roma, ecco arrivare all’Auditorium Parco della Musica di viale De Coubertin Ethan Coen, metà della coppia di fratelli artisti più famosa (e brava) in circolazione (il fratello Joel era stato qui qualche anno fa). Nessun obbligo promozionale, il regista/sceneggiatore/produttore di St. Louis Park, Minnesota ha scelto un argomento a sorpresa, la chirurgia al cinema. Motivandola così: “Adoro come la chirurgia possa essere usata come espediente narrativo in un film. Soprattutto nei film di serie B o nei noir d’epoca, anche se molte volte la premessa è ridicola, le conseguenze sono affrontate in modo molto serio”. Si parte, le domande sono tutte del direttore Monda:

Conosci il cinema noir anche di altri Paesi, oltre agli States? Quelli francesi, ad esempio?

No, non li conosco. Ho visto qualche film coreano contemporaneo e i vecchi noir messicani degli anni Quaranta.

Non si può non chiedere anche a te qualcosa sulla querelle tra Martin Scorsese e i Marvel Studios …

Ha detto che i film Marvel sono come dei parchi a tema, giusto? Io penso che abbia ragione, ed è un vero peccato. Il problema vero è che la maggior parte degli studios hollywoodiani fanno film così ormai … Noi comunque con Hollywood abbiamo un ottimo rapporto, ci stiamo dentro senza problemi facendo quello che più ci piace.

Scorrono sullo schermo le immagini di “Audition” di Takashi Miike, in particolare la sequenza della tortura con amputazione del piede. Monda avverte la platea sui contenuti forti del segmento — che non è proprio un’operazione chirurgica, a fare i pignoli. Qui trovate la scena per intero:

Cosa ti piace del film e perché l’hai scelto?

Miike è davvero un grandissimo, è un piacere vedere i suoi film, si ammirano sempre questi fantastici attori orientali, che qui in Occidente conosciamo poco. A Hollywood non si fanno film con questa violenza, e con questa potenza grafica nel rappresentarla. Vi riassumo brevemente l’assunto del film: il personaggio maschile è un vedovo, e organizza finti provini per un sedicente film con lo scopo di trovare moglie. Quella che vedete è la vendetta di una delle candidate, molto “me too” …

Vi hanno mai censurato una sceneggiatura?

Devo dire di no. Noi scriviamo degli script molto dettagliati e quindi non c’è nessun mistero per un produttore, chi vuole fare film con noi sa già benissimo cosa aspettarsi.

E voi vi siete mai autocensurati?

Il processo di editing, di montaggio, svolge questa funzione. Io e Joel scriviamo sempre in coppia, e succede spesso che l’idea di uno o dell’altro venga cassata perché l’altro ritiene che non funzioni.

Siete tra i pochi, nella storia del cinema, ad aver accorciato la director’s cut rispetto alla versione originale, per “Blood Simple”.

Abbiamo rivisto una scena, una volta, in occasione di un omaggio a Frances (McDormand, compagna di Joel n.d.r.) e abbiamo pensato che il film, che non vedevamo da una vita, aveva bisogno di qualche sforbiciata. Io non rivedo mai, in genere, i nostri film.

Lasciate spazio, durante le riprese, per l’improvvisazione degli attori?

No, non lasciamo molto spazio. Facciamo molte prove prima delle riprese, per evitare che gli attori possano avere problemi a pronunciare le battute che abbiamo scritto. C’è chi si affida totalmente all’improvvisazione, come Mike Leigh. Lui lo sa fare.

Nel vostro studio campeggia la locandina di “Lancillotto e Ginevra” di Robert Bresson. Ci motivi la scelta?

Amo ogni film di Bresson, c’è una maniacale cura del dettaglio, è secco, diretto, quasi ipnotico.

Tra le sequenze scelte, due provengono direttamente dal cinema dei Coen, entrambe con protagonista Billy Bob Thornton. Parliamo del risveglio in ospedale dopo l’incidente automobilistico ne “L’uomo che non c’era” (2001) e della scoperta della truffa perpetrata ai danni dell’avvocato divorzista George Clooney in “Prima ti sposo, poi ti rovino” (2003).

Come mai avete scelto il bianco e nero per “L’uomo che non c’era”?

Il look è da cinema di serie B anni Cinquanta, e per raggiungere questo tipo di “feeling” il bianco e nero è fondamentale, rende un film immediatamente “altro”, diverso, cinematografico appunto.

Chiudiamo con la classica domanda alla quale nessun regista vuole rispondere, ma te la faccio lo stesso: hai un preferito tra i vostri film?

Io invece rispondo. Credo che sia “A Serious Man”, parla molto di noi, del nostro passato, delle nostre tradizioni.

Si chiude così un incontro potenzialmente più interessante di quel che si è poi rivelato, e non certo per colpa di Ethan, che era svogliato e poco ciarliero ma non è stato nemmeno stimolato da domande particolarmente accattivanti. Riassumiamo il senso dell’occasione persa e della generale aria di “tirato via” dell’appuntamento con un’ultima annotazione: delle sette sequenze scelte e presentate con il roboante titolo “Surgery!”, ben tre NON contenevano interventi chirurgici. Sono le uniche tre di cui vi abbiamo dato nota, l’atmosfera festaiola sta forse contagiando anche noi?

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