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  • Festa del Cinema di Roma 2019 | Motherless Brooklyn

    Diretto da Edward Norton

    Data di uscita: 07-11-2019

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La Festa del Cinema di Roma 2019 apre i battenti con un film atteso, con un altisonante percorso festivaliero alle spalle (Telluride, Toronto, la chiusura a New York): “Motherless Brooklyn” (in italiano il titolo avrà in aggiunta un inessenziale “I segreti di una città”), seconda regia di Edward Norton, che interpreta, sceneggia e produce. Il talentuoso interprete bostoniano, uscito un po’ dal giro che conta nell’ultimo decennio, assume quindi completamente su di sé gli oneri artistici ed economici del film, e l’impressione è proprio che più di una di queste componenti gli sia sfuggita di mano. L’adattamento infedele dal romanzo “Brooklyn senza madre” (primo titolo italiano “Testadipazzo”!) di Jonathan Lethem, pubblicato esattamente vent’anni fa negli Usa, soffre di uno squilibrio di ritmo, di toni e di approccio al contesto che non può che inficiare la piacevolezza della visione. Ma non tutto è da buttare …

Lionel Essrog (Edward Norton) è detective privato affetto dalla sindrome di Tourette, che si ritrova ad indagare sull’omicidio del suo amico e mentore Frank Minna (Bruce Willis). Con pochi indizi in mano, Essrog si inoltra nei bassifondi della Brooklyn degli anni Cinquanta, tra corruzione, facoltosi salotti e jazz club, cercando di onorare il suo unico amico.

Cast molto ampio che, oltre al sopracitato Willis, annovera Willem DafoeAlec BaldwinBobby CannavaleLeslie Mann, Gugu Mbatha-Raw, decisamente sottoutilizzato e sacrificato per il monumento che Norton edifica intorno alla sua performance e al suo personaggio. Il film procede a strappi, dilatando alcuni segmenti e troncandone subito altri, accennando appena l’arco narrativo di caratteri potenzialmente interessanti, su tutti la Laura Rose di Mbatha-Raw; in un intreccio che ricorda molto quello di “Chinatown” di Polanski/Towne, sia per l’intrico che smaschera una gigantesca macchinazione politica partendo da un caso apparentemente “piccolo” (meccanismo che Zemeckis parodiò e insieme omaggiò meravigliosamente con il fondamentale “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”), sia per lo statuto di neo-noir, lei sarebbe potuta essere la nuova Faye Dunaway. E invece, in questo bailamme di tipi umani che entrano ed escono di scena, di cui ci si dimentica completamente per poi ritrovarli dopo quasi un’ora, è solo un corollario. Come tutti gli altri, e qui finiamo di ribadire il concetto: corollari alla performance del regista/protagonista/tutto.

Ma, come abbiamo anticipato sopra, non tutto è da buttare. La New York degli anni Cinquanta è fascinosa e ammantata dalle luci di Dick Pope (del quale ricordiamo, in un’ampia lista, la sua collaborazione pluriennale con Mike Leigh), l’inseguimento iniziale (che segue una parte del percorso che “Popeye” Doyle compiva nel fondamentale “Il braccio violento della legge”) getta subito lo spettatore all’interno della vicenda, tutte le sequenze all’interno del “Red Rooster” ad Harlem sono notevoli. Apriamo una parentesi: nella sua prima visita nel locale, Norton/Essrog ascolta il concerto di un jazzista afrodiscendente, interpretato da Michael K. Williams. Il trombettista ha una voce roca ed è scontroso con il pubblico: Miles Davis, direste voi e il sottoscritto. E invece i materiali informativi del film (e Wikipedia, Usa e Italia, per quel che conta) lo identificano con Wynton Marsalis, nato nel 1961 e fisicamente impossibilitato a trovarsi lì. Cerchiamo di svelare l’arcano: i materiali fanno forse riferimento al libro, ambientato negli anni Novanta? Noi scommettiamo di sì.

Chiudiamo con la caratteristica più evidente del nostro protagonista, una particolare forma di sindrome di Tourette che lo porta ad una serie di tic fisici e verbali ingombranti e socialmente problematici. Una marca molto forte che non aggiunge molto in termini narrativi o di definizione del personaggio, ma che serve a Norton per caratterizzare fortemente la sua interpretazione. Forse ironizzando sugli altri ruoli simili interpretati in carriera? Conoscendo un po’ il Nostro, diremmo di no.

In conclusione, due ore e mezza che trascorrono abbastanza velocemente, attraversate da una congerie di fatti via via più corposi. Tante occasioni narrative sprecate (il gruppo d’investigatori privati di cui fa parte Essrog è composto da ex orfani “salvati” e assoldati da Minna/Willis, ma insieme non hanno più che un pugno di scene) e una generale sensazione di confusione d’approccio che lascia l’amaro in bocca. Se il progetto doveva rappresentare il grande rilancio di Norton (attore che abbiamo amato e amiamo ancora), anche in chiave Oscar, probabilmente la delusione sarà grossa. Non è molto incisiva nemmeno la canzone appositamente composta da Thom Yorke per il film, “Daily Battles”. In sala dal 7 novembre, il consiglio è sempre quello di andare a toccare con mano.

 

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