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  • Festa del Cinema di Roma 2019 | Pavarotti

    Diretto da Ron Howard

    Data di uscita: 28-10-2019

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Dopo l’incredibile (ed assolutamente immeritato) fallimento di “Solo – A Star Wars Story”, quel vecchio leone di Ron Howard rimonta subito in sella – e possiamo solo immaginare quanto possa essere devastante, per chiunque altro, fallire con l’universo di Star Wars – e ritenta con la via del documentario. Il suo Pavarotti è stato presentato qui, alla Festa del Cinema di Roma 2019.

Da qualche anno a questa parte, Ron Howard ha avviato un percorso alternativo, nella sua filmografia, centrato sull’analisi delle icone che, nel bene o nel male, hanno caratterizzato e lasciato la loro impronta nel XX secolo. Ha iniziato con “Frost/Nixon”, un film giornalistico girato come un film sportivo, poi con “Rush”, un film sportivo dove di sport ce n’è davvero poco, e poi “The Beatles: Eight Days a Week”, che analizzava il rapporto conflittuale con la massa delle più grandi icone pop di sempre. “Pavarotti” compone un altro tassello di questo percorso, ma questa volta, a mancare è il conflitto, quella tensione interna che caratterizzava le altre sue opere, e che gettava uno sguardo problematico su figure già ampiamente codificate. Questa volta, è come se l’ingombrante figura di Luciano Pavarotti, la sua contagiosa ed intossicante gioia di vivere (ampiamente descritta all’interno della narrazione, dalla sua passione per il cibo, al piacere della compagnia femminile) abbiano in qualche modo schiacciato le ambizioni del regista.

Ci sono svariati spunti di un certo interesse, disseminati nella pellicola. L’incipit riecheggia grande cinema: una barca solca il Rio Delle Amazzoni e porta Luciano Pavarotti nel teatro dove Caruso, molti anni prima, aveva portato l’opera lirica dove nessuno mai aveva fatto prima: nel mezzo della giungla. Il riferimento al “Fitzcarraldo” di Werner Herzog è abbastanza esplicito. L’opera lirica è un’arte che fa del “mettersi in scena” il suo fulcro. Bisogna imparare a modulare la voce, ad interpretare un personaggio, cambiare i tratti del volto grazie al trucco, essere espressivo, ed ogni sera, in scena, “andare a morire”. Un discorso su un’arte totale e totalizzante, quindi, che di sicuro ha spinto Ron Howard a scegliere questo particolare soggetto da trattare, ma che rimane purtroppo soltanto in superficie, relegato a qualche piccolo brano d’intervista.

Come rimane irrisolto quello che è il segmento più interessante del documentario, che probabilmente avrebbe meritato un film tutto suo: il rapporto tra Luciano Pavarotti ed il suo manager americano Herbert Breslin. Quando Pavarotti raggiunge la fama mondiale, ha bisogno di qualcuno che gestisca contratti ed esibizioni, e qui entra in scena Breslin, con la battuta degna di un gangster movie: “per gestire la fortuna di una persona gioiosa come Luciano, ci voleva un figlio di puttana come me”. Vediamo Pavarotti esibirsi in alcuni concerti nello stato del Missouri, con Breslin che svolge per Pavarotti un ruolo molto simile a quello che il Colonnello Parker svolgeva per Elvis (sua l’idea dell’ormai iconica posa con il fazzoletto bianco, che campeggia sulla locandina del film).

Si ha l’impressione, quindi, che la superficie di un materiale potenzialmente incandescente sia stata soltanto scalfita, in virtù di una narrazione più canonica e celebrativa. Ma, come sappiamo, Ron Howard ci sa decisamente fare con le immagini, e sa come si racconta una storia. Dispone di una gran quantità di footage inediti, tra esibizioni e momenti privati d’intimità, e riesce ad organizzarli per creare un racconto comunque coinvolgente, a tratti emozionante, soprattutto quando è la musica a prendere il sopravvento.

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