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  • Il filo nascosto

    Diretto da Paul Thomas Anderson

    Data di uscita: 22-02-2018

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Il filo nascosto” (“Phantom Thread”) di Paul Thomas Anderson è un’opera d’arte cinematografica sfuggente e violenta, affascinante e sconvolgente. Lo è perché mette sullo schermo uno schema narrativo noto (la storia d’amore, la dinamica servo-padrone, la figura della ‘nuova moglie’) e un contesto estetico attraente (la sartoria e la moda) e poi li rivolta fino a farcene vedere l’aspetto più nero e spaventoso. Che però non cessa di risultare attraente.

Perché la regia di Paul Thomas Anderson è stata accostata più volte, e a maggior ragione per “Il filo nascosto”, a quella di Stanley Kubrick? Se c’è un punto di contatto tra i due, io credo, sta nella capacità di usare i pezzi del linguaggio cinematografico – inquadrature, montaggio, corpo dell’attore, costumi e scenografie, musica – in modo talmente crudo, senza filtri o figure retoriche, da essere percepito dallo spettatore come disumano.

Nella bellezza creata da Kubrick (e Anderson) non c’è piacevolezza, né indulgenza. Se si riascolta la colonna sonora di un film drammatico in genere si rivivono le emozioni provate durante la visione, e magari si piange un po’; se si riascolta la colonna sonora di “Barry Lyndon” e si ripensa alla funzione che quella musica aveva nel film, ci si sente solo atterriti. Se si osservano i costumi sontuosi di un film ambientato in un’epoca passata, si prova in genere un appagamento sensoriale; se, dopo la visione, ripensiamo agli abiti creati dal protagonista di “Il filo nascosto”, il Reynolds Woodcock interpretato da Daniel Day-Lewis, proviamo un senso di distacco, di inquietudine. Di paura, appunto.

All’interno di questo approccio registico che ho definito impropriamente disumano, ma che è appunto semplicemente non-indulgente, si aprono però sprazzi di umanità lacerante (la scena del Capodanno!). E di totale, spietata onestà nella rappresentazione dei rapporti sentimentali e amorosi.

La caparbietà furiosa con cui Alma decide di amare Reynolds (“voglio conoscerlo a modo mio”) è lontanissima da ogni romanticismo, ma va dritta al cuore della questione: così come per vedere il phantom thread, il filo fantasma, devi strappare il vestito che lo nasconde, per conoscere davvero una persona, e quindi riuscire ad amarla, devi romperla.

La stessa Alma, poi, è un phantom thread nella tessitura del film: un personaggio di cui non conosciamo il passato, che entra nel film come non-protagonista ma pian piano si conquista il suo ruolo di primo piano. Di Alma ci vengono nascoste azioni importanti: quando si offre di guidare per Reynolds (il primo momento in cui la dinamica di potere tra i due si ribalta) non la vediamo farlo; e durante il matrimonio siamo testimoni solo delle promesse di lui.

Questo carico di mistero e non-detto, Paul Thomas Anderson lo mette sulle spalle della semi-sconosciuta attrice lussemburghese Vicky Krieps, che recita con la giusta freddezza e senza compiacimenti, scandendo le battute con quella lieve durezza d’accento che rende ogni parola definitiva.

E veniamo a lui, Daniel Day-Lewis. Paul Thomas Anderson gli assegna un protagonista che recupera la fragilità fisica di Newland Archer (“L’età dell’Innocenza”) ma la riempie con la violenza interiore e l’ostinata vocazione alla solitudine di Daniel Plainview (il suo “There Will Be Blood”). Il risultato è un piccolo capovaloro di estetica costruito sulla pelle e sulle ossa dell’attore: percepiamo il personaggio come percepiremmo un oggetto di innamoramento, indugiando con lo sguardo sulla sua forma bellissima ma sentendoci incapaci di avvicinarlo.

Così ci innamoriamo di lui, attraverso gli occhi di Alma. E ci innamoriamo di Alma, attraverso gli occhi di lui. Il prodotto finale di questo innamoramento, che coinvolge tanto loro nella finzione quanto noi che li stiamo a guardare su uno schermo, non è etichettabile e sfugge a ogni canone. Come del resto ogni vero e profondo e unico, e quindi anche feroce, rapporto d’amore tra esseri umani.

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Contro

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