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  • Il Re Leone (2019)

    Diretto da Jon Favreau

    Data di uscita: 21-08-2019

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Per contratto devo esporre la trama di “Il re leone“, immaginando con molta fantasia che chi legge non la conosca già a memoria da venticinque anni: nella Terra del Branco, florido ecosistema parte della savana africana, regna il leone Mufasa. Ambisce al trono anche suo fratello Scar, le cui mire vengono arrestate dalla nascita dell’erede di Mufasa, Simba. Disperato ma appoggiato dalle barbare iene, Scar ordisce un complotto regicida, traumatizzando Simba. Il cucciolo si allontana dai domini del padre defunto e viene adottato e cresciuto nell’innocenza da Timon e Pumbaa, un suricato e un facocero promotori della filosofia lassista dello hakuna matata. Il caso (o il destino?) vorrà che Nala, la promessa sposa di Simba, ritroverà il principe, ormai cresciuto e nel pieno delle sue forze, e lo ricondurrà alla Rupe dei re per affrontare lo zio usurpatore.

Questa è la trama del nuovo film di Jon Favreau in uscita il 21 agosto 2019 in Italia e già da un mese nel resto del mondo, ma è anche la trama del Classico Disney del 1994, di cui il remake ricalca la sceneggiatura con pochi dettagli di differenza.

Dirò la verità. Non ho esposto la trama solo per contratto, ma perché questo esercizio di sintesi dimostra il punto fondamentale della mia critica entusiasta: il film del 1994 scritto da Linda Woolverton, Irene Mecchi e Jonathan Roberts e diretto da Roger Allers e Rob Minkoff (tutti in un felice periodo di ispirazione purtroppo esauritosi con quel film) è definito dai pochi, evocativi punti chiave che possiamo trovare proprio nella sinossi o nel dramatis personae, e il resto è un patrimonio di esperienze condiviso dagli spettatori che per eccezionalità supera la somma delle parti del film (animazione, voci e canzoni pure d’eccezione). Questa è la mia definizione di “classico”. E un classico, usando invece la definizione di Italo Calvino, non si esaurisce mai. “Il re leone”, per questo motivo più che per sapiente mercantizzazione, è la creatura disneyiana dei record: rimase a lungo nella classifica dei film più visti della storia del cinema (prima del delirio dell’era della CGI e del 3D) e servì al musical broadwayiano di Julie Taymor che è a oggi il maggior successo economico nell’industria dello spettacolo, e non accenna a fermarsi. Il remake di Favreau è pronto a infrangere primati anch’esso.

Un aneddoto: per pura coincidenza la sera precedente l’anteprima romana del “Re leone” sono stato al Silvano Toti Globe Theatre a assistere a una replica del “Sogno di una notte di mezza estate” di Riccardo Cavallo, un’opera in cartellone al Globe ogni estate da tredici anni, in tutto il mondo da almeno cent’anni, e dalla mente di William Shakespeare più di quattro secoli fa. “Il re leone” di Jon Favreau è solo la terza replica (ognuna delle quali costa da sola quanto un migliaio di produzioni teatrali italiane, a onor del vero) di una storia che a sua volta era ispirata a un dramma shakespeariano, l’Amleto.

Allora, se per amor di discussione mi si concede di dimenticare le ormai note ragioni commerciali dietro il programma di rifacimenti dei classici animati Disney, non posso fare a meno di vedere nel calco di Favreau e la sua squadra una legittima, personale, tecnologica, musicale, persino sperimentale replica di un classico che, tanto quanto la popolare commedia shakesperiana sopra menzionata, potrebbe ispirarne infiniti altri, più o meno aderenti all’originale.

In questo caso l’aderenza alla sceneggiatura è voluta e cercata e è il vincolo cardinale della sperimentazione di Favreau. La sequenza delle azioni è praticamente identica a quella del film del 1994 ma di fatto permette alterazioni potenzialmente sconvolgenti: le scene possono essere accorciate (ad esempio il numero musicale “Sarò re”/”Be Prepared”) o, più spesso, allungate (la progressione di casualità che porta lo sciamano Rafiki a scoprire che l’Erede è sopravvissuto); si può trovare un margine di improvvisazione (ad esempio per una serie di riferimenti metatestuali al fatto che questo è un remake, o a altre opere Disney); si può riarrangiare la colonna sonora (Hans Zimmer si è superato!); si può variare il campo dell’inquadratura (i dettagli stretti sul volto di Rafiki); si può rappresentare la sequenza con tecniche nuove, che è l’aspetto più evidente e più frainteso. Favreau era riuscito già con il remake di “Il libro della giungla” (2016) a piegare due strumenti, l’estetica della computer graphic iper-realistica e quella dei documentari naturalistici, a una affabulazione e una messa in scena teatrale che trascendono le potenzialità di quegli strumenti: è iper-realistico, sì, ma non è da quell’aspetto che passa l’essenziale; sembra un documentario, sì, eppure è mito.

Quando i miei cani hanno fame, io non ho appigli visivi per distinguere se sono contenti di vedermi o se stanno soffrendo per l’appetito, eppure riesco a amarli lo stesso e spendermi per nutrirli. Nel “Re leone” è impossibile distinguere le emozioni degli animali dalle loro espressioni facciali ma ciò non dovrebbe essere necessario per guadagnarsi il coinvolgimento degli spettatori: quegli animali hanno un posto nel cerchio della vita e, fuor di metafora, negli equilibri della narrazione; quella narrazione ci aveva già coinvolto qualche decennio fa, ed è immutata quanto il mio coinvolgimento.

Per la componente sonora del film il musicista Hans Zimmer adotta lo stesso approccio della regia di Jon Favreau, con il significativo discrimine che in questo caso si è trattato di adattare un’opera propria, e una che per certi aspetti fu l’apice della sua carriera. Zimmer si è sempre avvalso di collaboratori e sempre si è impegnato a riconoscerne il merito, e il suo “Re leone” fu un’opera orgogliosamente contaminata da influenze culturali lontane da quelle del compositore tedesco. Già all’uscita del film del 1994 quella ricchezza musicale non si è potuta contenere in un solo disco e sfociò in un altro album, “Rhythm of the Pride Lands” (1995) per dar sfogo ai contributi dei co-autori Mark Mancina, Lebo M e Jay Rifkin: molti di quei contributi erano di una tale forza da essere riutilizzati nel sequel del film (“Il re leone II – Il regno di Simba”, 1998), in un cortometraggio destinato al defunto secondo sequel di “Fantasia” (“One by One”, 2004) e nel famigerato musical a Broadway, di cui costituiscono i numeri più amati (come appunto “One by One” e “He Lives in You”, incisa anche da Tina Turner e da Diana Ross). Oggi Zimmer riprende i temi della sua colonna sonora, li allunga, li rende più fragorosi, li ripete, li lascia contaminare ancora di più dalle influenze africane che ha imparato a conoscere durante tutte queste esperienze di rielaborazione e ci offre una versione di quella leggendaria colonna sonora che le comprende e esalta tutte. Questo è molto più di quanto potesse sperare chi ha amato visceralmente quella musica (alzo la mano con foga) e è stato possibile solo grazie a un remake del film, e dopo tanti “remake” musicali.

Il paradosso è questo: “Il re leone” è un remake che si distingue per la sua riconoscibilità e celebrazione di un classico, mentre le modifiche puntuali (le nuove voci celebri, l’iper-realismo, le canzoni inedite) sono accessorie, sono le meno incisive e innovative, e le condivide invece con altri film Disney recenti e meno “coscienziosi”.

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