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INTERVISTA | Rancore: “Eden è un labirinto di concetti, un codice che apre a un gioco”

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Arrivato decimo in classifica alla settantesima edizione del Festival di Sanremo, Rancore ha esordito da solista portando il suo talento sul palco dell’Ariston,  e dimostrando di essere una delle penne magiche del rap, spesso poco accessibile e per questo affascinante. Grazie al suo genio si è aggiudicato il Premio “Sergio Bardotti” per Miglior Testo. Per noi del tutto meritato. Lo abbiamo intervistato durante i giorni del Festival.

Com’è nata la collaborazione con Dardust? Avevi già buttato giù il testo e Dario poi l’ha vestito o ti sei lasciato ispirare dai suoi suoni?

Io e Dario Faini non ci conoscevamo. Ci siamo visti in studio, e in poche sessioni avevamo già un’embrione di Eden. Tutto è partito con una base di piano, poi Dario mi ha girato la sua produzione, un mix tra classico ed elettronica e stava già a buon punto sul lavoro.

Una volta scelto il tema dell’Eden è iniziato questo viaggio nel tempo. Sono diventato una sorta di detective che andava in giro nel tempo per raccogliere tutte le mele che trovavo, da Isaac Newton, a Magritte a Turing per poi descrivere come ognuno di questi momenti abbia determinato un grande cambiamento nella storia dell’uomo. Quel viaggio nel tempo arriva ad oggi, dove il presente e il futuro combaciano. Il focus della canzone è quella dell’unione e della divisione, e anche una mela che si stacca può simboleggiare questo. La domanda è: resteremo uniti o divisi? Quale parte di noi stiamo staccando, perdendo? Quale dovremmo riacquisire per stare un po’ più in pace, in un certo senso. Il Ta Ta Ta infatti rappresenta uno strappo. Per inquadrare il mondo ho scelto di prendere la mela come simbolo.

Che rapporto hai con la luce?
La luna è una luce riflessa, è l’alternativa della luce. È sempre comparsa di notte ed è sempre stata capace di vivere di luce riflessa. Nonostante l’egocentrismo nel rap, a volte ho avuto il piacere di stare nel sole, a volte nell’ombra. La luna respira attraverso le maree, come se la marea che scende fosse appunto il suo respiro ed è sicuramente una bussola nel cielo perché ti dice dov’è l’est e dov’è l’ovest. Nel momento di buio la luna rappresenta una guida per tutti, basta solo saperla leggere. Il mio rapporto con la luce qualche volta è buono qualche volta no. Porto questo nome, e vengo da quella generazione che ha visto la rottura di tanti valori, ed è ovvio che nonostante l’oscurità che mi circonda è la luce quella che cerco.

Com’è la generazione di oggi?

Siamo una generazione spronata non a far venir fuori la creatività, ma solo a sentirsi artista. Sarebbe bello, invece, che accada il contrario, senza cercare il riconoscimento degli altri. L’atto creativo dovrebbe essere puro divertimento. L’arte finisce nel momento in cui tu stacchi il pennello dal quadro e quel quadro non è più tuo. L’opera d’arte non è il quadro finito, ma il momento in cui tu compi quell’opera. Ma è un concetto non sempre chiaro. C’è molta fretta nel fare uscire le proprie cose. Questo è dovuto un po’ anche dalla mancanza di un orientamento generale.

Come definiresti tu “Eden”?
La definirei un labirinto di concetti e una sorta di codice, come dico all’inizio, che però apre ad un gioco. La mia speranza è che questo gioco porti a nuovi stimoli dentro la canzone. Concetti che magari prima non erano apparsi e che a un secondo ascolto appaiono, finché la musica non diventa più un quadro attaccato al muro ma uno specchio dove lo sfondo rimane uguale, ma chi si specchia cambia e rende mutevole quel quadro. Vorrei che la musica che faccio creasse proprio questo. Ogni persona riesce a vedere un lato diverso del prisma e la canzone non duri solo 3.40 min, ma duri tanto quante le volte in cui tu puoi sentirla e scoprire cose nuove.

Quanta Roma c’è nel rap di Rancore?
Roma è una città difficile e non comunica tantissimo. Sicuramente è una città carica di energie, con tante facce. Dove anche una semplice passeggiata può regalarti tanto. Secondo me questo è un motivo importante per cui Roma è sempre stata il fulcro del rap italiano. È una città che ha cambiato il rap italiano. Dentro il mio rap ce n’è tantissimo. La prima canzone che feci a 15 anni si chiamava “Tufello” ed è il quartiere dal quale vengo, e poi ancora “Il mio quartiere”.

Hai temuto il confronto con gli altri artisti rapper che si sono esibiti sul palco dell’Ariston?
Ognuno ha la sua storia. La nostra attitudine non è completamente diversa perché comunque portiamo un linguaggio nuovo, il rap appunto, al Festival, ma l’approccio si. Sono contento che non si può dire che quest’anno il rap non abbia catturato l’attenzione. L’importante è che alla fine di questo festival ci sia un cambiamento della musica italiana e che alla fine i contenuti riescano a cambiare i contenitori.

Che rapporto hai con Milano?
Mah, con Milano tutto a posto (ride, ndr). Scherzo, il mio Tufello a Milano è Sesto San Giovanni, per la precisione, Sesto Rondò, che non è proprio il centro. E poi, a Milano centrale c’è una grandissima mela, giusto per restare in tema. Vado spesso perché lì c’è un grande skatepark.

Ricordiamo il tuo “Scirocco” con Murubutu. Vi siete sentiti in questi giorni?
Si mi ha chiamato per farmi i complimenti! Era molto contento.

 

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