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Intervista a Zibba: “Sul palco sto benissimo!”

Ci sono interviste che possono letteralmente sfuggire di mano, credetemi! Mi spiego: vestire i panni di quello che regge in mano un piccolo registratore vocale e pone una serie di domande (spesso tremendamente formali) ad un’altra persona è un “mestiere” dai risvolti quantomeno improbabili e il più delle volte, quando senti di aver portato a casa un gran bel risultato, influenzato da una qualche specie di congiuntura astrale. Tutto dipende dal modo in cui hai deciso quel giorno di presentarti preparato all’appuntamento e, contemporaneamente, dal legame di empatia che l’artista stesso ha scelto di costruire insieme a te. Come se, annullando completamente lo sfondo dell’intera circostanza (un po’ come faceva Caravaggio nelle sue opere, senza scomodarlo troppo), tutto ciò che resta non sono altro che due persone desiderose di raccontare (da una parte) ed ascoltare (dall’altra).

Io la voce di Sergio Vallarino (savonese classe ’79) l’ho conosciuta circa quattro anni fa, quando uno dei miei più cari amici mi fece ascoltare un brano dal titolo “Come Il Suono Dei Passi Sulla Neve”. Ricordo che alla fine mi ci volle qualche minuto per fare ordine con tutti gli elementi che ero riuscito a cogliere di quella canzone, se non altro per provare a spiegarmi il senso di una tale botta emotiva proprio lì, alla bocca dello stomaco. Parole studiate, nemmeno uno straccio di banalità (nonostante il tema dei sentimenti sia tra i più inflazionati, ma alla fine dei conti materia di pochi), una musica agrodolce, e poi la sua voce: calda, sporca come quella di un bluesman, e melodica allo stesso tempo. Da lì in poi, e attraverso nuovi ascolti, ho compreso che dietro la voglia di scrivere per sé e per gli altri, di ricercare la musica più adatta, di fare su e giù da un palco in maniera quasi ossessiva c’era un bisogno ancor più viscerale da parte di Sergio: quello di raccontarsi attraverso i propri sentimenti.

Inutile dire a questo punto che, una volta che mi si è presentata l’occasione grazie a Loudvision, realizzare questa intervista è stato per me un piacere immenso, grazie soprattutto ad una serie di risvolti che in pieno corso d’opera (per tornare a bomba sull’incipit di questo articolo) mi hanno portato a formulare una serie di domande extra dal carattere decisamente meno formale e in qualche modo più dirette a scavare nell’intimità di questo personaggio del panorama cantautorale italiano che è Zibba. E già che c’ero, oltre a parlare del nuovo album “Le Cose” (uscito il 2 febbraio 2018), del suo lavoro come autore, di come la musica live stia tornando a grandi livelli, di spiritualità e dello sforzo di condurre una carriera priva di compromessi, mi sono fatto anche dire da dove nasce il suo curioso nome d’arte!

Innanzitutto, ho constatato che anche in questo tuo ultimo lavoro il fulcro attorno al quale si sviluppa l’intera struttura delle canzoni è l’amore. Cos’altro puoi aggiungere a riguardo?

Trattandosi di un disco molto autobiografico, parla certamente d’amore come altri miei lavori. Nello specifico, parlo di me e delle relazioni in maniera parecchio discorsiva. Forse è anche per questo che le persone si riconoscono nei miei testi: l’immagine che utilizzo spesso è sempre quella di un confronto tra due persone.

Ma non credo si limiti solo al normale rapporto di coppia…

Assolutamente no, prendo in considerazione i rapporti umani in generale in qualunque forma. Mi piace senz’altro partire da quello che è il mio personale rapporto con le cose che mi circondano e di cui mi piace circondarmi.

Come sono state scelte, questa volta, le varie collaborazioni per il disco?

Sono arrivate in modo particolare. Pensa che quando sono partito, la prima cosa che ho scelto è stato il titolo “Le Cose” e mi ero prefissato di cantarmelo tutto da solo questo disco, senza featuring. Poi, però, un giorno mentre stavamo lavorando in studio ho avuto una sorta di illuminazione fatale, e lì ho capito che non mi sarei limitato semplicemente al ruolo di cantautore, ma anche di produttore, facendo dei ragionamenti dietro le canzoni molto più profondi. A quel punto ho scoperto che la mia non era l’unica voce che volevo sentire nell’album e che le cose che mi stavano capitando musicalmente potevano essere delle risorse. Quindi ho voluto coinvolgere gli amici che frequentavo o che passavano per lo studio o con i quali scrivevo e sono nate queste collaborazioni. Sono molto felice di questo perché ha arricchito notevolmente il prodotto finale.

Di collaborazioni ne hai messe in piedi tante e per molti altri cantautori hai comunque scritto delle canzoni. Come riesci ad entrare in empatia con i tuoi colleghi?

Quando c’è la possibilità di passare del tempo insieme si condivide anche un po’ di vita. Anche in questo caso, gli artisti con i quali ho collaborato sono innanzitutto persone a me molto affini in maniera profonda, e questo aiuta molto anche a conoscersi tra di noi.

Quindi non c’è molta differenza, ad esempio, tra un Niccolò Fabi, piuttosto che un Alex Britti o un Cristiano De André…

Magari la differenza sta nello stile che li contraddistingue musicalmente, ma a parte questo ci sono delle persone con le quali mi ritrovo e di cui non mi chiedo quale percorso artistico abbiano o stiano conducendo. Sarebbe sbagliato. Ad esempio, nonostante Elodie arrivi da uno dei talent più spinti del momento, mi piace molto scrivere canzoni con lei al di là del suo percorso personale.

Quello che secondo me è l’inciso perfetto in grado di riassumere l’anima dell’intero disco recita “…Troveremo un altro modo di fare le cose. E poi la musica ci salverà…”. E’ una formula che secondo te vale in qualunque momento della vita, semplice o complesso che sia?

Assolutamente, credo che quel ritornello, come anche il resto della canzone, sottolinei particolarmente quello che è il mio modo di vedere e affrontare le cose.

Ci sono delle canzoni che hai scritto per altri interpreti  e che magari, poi, ti sei pentito di aver ceduto loro?

Non cedo mai una canzone che era per me, scrivo direttamente un brano pensato per qualcun altro. L’unica che ho mai ceduto a qualcun altro è stata “Il Mio Esser Buono”, che ha cantato Cristiano De André, ma la cosa non mi ha dato per nulla noia. Anche perché Cristiano è una persona che stimo tanto. Fu anche una delle prime volte che mi fu chiesto un brano, perché al tempo non ero ancora autore ma scrivevo essenzialmente per me. SI trattava di un brano a cui tenevo molto, ma in quell’occasione mi sono convinto a cederlo senza nemmeno troppi problemi.

Ammetto di averti scoperto attraverso la canzone “Come Il Suono Dei Passi Sulla Neve”, che al tempo mi suonò come una “bella botta allo stomaco”. Da lì ho provato ad immaginarti giovane mentre provi a scrivere i tuoi primi testi. Quand’ è che hai capito di voler fare questo mestiere?

Da piccolissimo direi. A 14-15 anni ho avuto la prima occasione di esibirmi come pianista di una band della zona, e al primo applauso per un assolo che feci capii che quella era una situazione bellissima e che volevo provarla per tutta la vita! Poi col tempo gli applausi sono diventati più importanti, fortunatamente, anche perché avevo il terrore che con gli anni la mia insoddisfazione nei confronti della musica sarebbe diventata deprimente. Invece questo appagamento si è fatto molto più stimolante, nel senso che quando una cosa non mi va sono naturalmente portato a fare meglio.

Mai presa la timidezza/ansia da palco?

No, lassù ci sto benissimo!

Come hai affinato la tua scrittura? Ascoltando e/o leggendo cosa?

Qualunque cosa. Non sono un appassionato di generi, a parte le biografie, a livello letterario, che prediligo un po’ di più (visto che le faccio anche). A livello musicale, poi, davvero non mi fermo davanti a nessun genere, e credo che si percepisca anche ascoltando i miei dischi: mi piace saltare volutamente di palo in frasca. In questi ultimi due anni per esempio (che hanno coinciso con la produzione del disco), ho ascoltato molta musica internazione dell’est, senza disdegnare nemmeno quella più “tamarra” da ballare. Poi, in sostanza, la mia passione per la musica nasce un po’ dal soul (James Brown) e ad oggi lascio spazio anche a roba più moderna, perché credo comunque che la commistione tra ritmo e contenuti sia importante.

Dato che sei uno che si è sempre esibito tantissimo, pensi che ancora oggi la formula dei concerti dal vivo abbia sempre più valore di qualsiasi vetrina radiotelevisiva?

E’ un ottimo momento per la musica live, secondo me. Questa nuova generazione, e spero anche le prossime, hanno molta voglia di tornare ad assistere ai concerti indipendentemente da quello che definiamo “spettacolo vero”: se un artista ha un pubblico che lo segue e lo acclama è comunque un grande show. Dobbiamo cercare di sostenere il più possibile la musica dal vivo perché se i ragazzi hanno voglia di andare nei locali è molto più bello!

Ci sono dei valori che hai forgiato a modo tuo e che ti hanno guidato nel tuo percorso finora?

Purtroppo o per fortuna sono una persona altamente spirituale: mi sono sempre posto le domande diciamo “più brutte” a livello di coscienza, e questo mi ha portato ad essere un uomo affezionato fondamentalmente a poche cose, convinto che “il caso” regni su tutto e che l’essere umano non sia poi così importante come si pensa. E questo mi fa vivere in una condizione di serenità, ma nonostante io mi senta in pace con l’universo, soffro per l’andamento della vita delle persone che troppo bene non se la passano.

Come hai saputo gestire la tua carriera senza scendere a compromessi?

Ho provato sempre a fare quello che mi veniva in mente, consigliato al massimo da persone che per mia fortuna sono sempre state amorevoli nei miei confronti. Mi rendo conto di aver avuto un percorso stranissimo, tortuoso dovuto anche al fatto (non per giustificarmi) di aver vissuto due epoche diverse che mi hanno portato a capire alcune cose soltanto adesso. Nessuno mi ha mai detto, sostanzialmente, quale fosse la strada giusta, per cui ho sempre cercato di fare le cose al meglio che potevo, e fortunatamente ancora oggi mi ritrovo circondato da persone che hanno capito un po’ qual è la mia “mission”!

Curiosità personale: come nasce il tuo nome d’arte?

È un nomignolo che mi hanno dato a scuola e che mi è rimasto. E un po’ mi fa sorridere, perché ogni tanto mi sveglio al mattino e mi domando “ma perché mi chiamo così?”. Hanno cominciato a chiamarmi Zibba a 14 anni e, non avendo un significato particolare, ormai non me lo chiedo quasi più!

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