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La Casa di Jack | Incontro con Matt Dillon

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Nel giorno del suo cinquantacinquesimo compleanno, Matt Dillon è a Roma per presentare “La casa di Jack” (“The House That Jack Built“, in anteprima allo scorso Festival di Cannes), ultima affascinante e, come sempre, problematica fatica cinematografica del danese che amate odiare, Lars von Trier. Dillon, con la sua interpretazione del killer anaffettivo Jack, ci regala sicuramente uno dei migliori (o forse il migliore) ruoli della sua carriera, confermando che quel matto di Lars, è sempre un eccellente direttore di attori.

La parola a Matt Dillon.

“La casa di Jack”, e il personaggio che interpreta, possono essere identificati come una metafora del male. Sembra anche molto marcata la tematica del possesso e della violenza sulle donne. Crede che questo film cerchi in qualche modo di giustificarla?

Assolutamente no, Jack è uno psicopatico. Il discorso è diverso. Questo film parla di un artista fallito, ed è fallito perché manca totalmente di empatia. Ci sono tante cose in questo film, cose di cui abbiamo discusso con Lars prima di cominciare le riprese. Credo che sia riuscito a forgiare questo personaggio che cambia, e si trasforma in altri personaggi proprio perché in lui manca questo centro, questo nucleo.

Il personaggio di Jack è indubbiamente sgradevole: ha avuto qualche dubbio nell’accettare di interpretarlo, e come ci si prepara ad un ruolo del genere?

Inizialmente ho avuto qualche esitazione, ma era per la natura del personaggio, non per il regista. Anzi, se ho accettato, è stato proprio perché avrei avuto sicuramente qualcosa da imparare che da un regista come Lars. Quando poi ho letto la sceneggiatura, l’ho trovata molto interessante e ben scritta… Credo di non aver mai letto qualcosa di cosi interessante! Lars mi è piaciuto subito dopo il nostro primo incontro: mi ha detto che lui si assume la responsabilità dei suoi film, ed è bene che lo faccia per un film del genere, gli ho risposto. Anche se, dopo aver accettato, temevo di non riuscire a farcela, perché sentivo che cominciavo a giudicare il mio personaggio, ed ero spaventato da tutto l’orrore che questo personaggio si porta con sé, avevo paura che avrei rifiutato me stesso in quel ruolo. Per fortuna è stato un successo, il film è venuto fuori esattamente come Lars lo voleva.

Ha qualche buon ricordo della collaborazione con Bruno Ganz, scomparso proprio in questi giorni?

Ovviamente questa notizia mi ha reso molto triste, e mi ritengo fortunato di aver potuto lavorare con lui. Sono stato un suo grande fan fin da giovane, da quando l’ho visto in un vecchio film in cui interpretava un giocatore di scacchi che lentamente impazziva. Io sono stato preso nel cast prima di Bruno, e Lars, per comunicarmi che anche lui faceva parte del film, mi ha semplicemente inviato un messaggio con una sua foto con su scritto: Verge! (il personaggio interpretato da Ganz, ndr). Il nostro dialogo si svolge tutto fuori camera, ed è cosi che abbiamo lavorato, registrandolo dopo le riprese. Bruno era entusiasta del progetto, diceva che era la cosa più interessante che avesse mai visto. A fine riprese, avrei dovuto assistere ad una proiezione insieme a Bruno e Lars, in Danimarca, ma non ce l’ho fatta, avevo paura! Qualche tempo dopo Lars mi ha chiamato mentre ero a Roma, e mi disse che Bruno l’aveva adorato.

Durante uno degli omicidi, Jack si affaccia alla finestra ed urla che non c’è nessuno disposto a dare una mano. Anche lei la pensa cosi?

Credo che questo rispecchi più la visione di Lars, io la penso cosi solo in parte, basti pensare alle tragedie che avvengono ogni giorno nel mondo, come i bombardamenti in Siria, a cui ormai siamo abituati a guardare con un certo distacco. Il personaggio di Jack è un misantropo, ma in realtà vuole essere preso, come si vede poco dopo, quando confessa tutti i suoi misfatti ad un poliziotto che però non vuole credergli. Questo conflitto si esplicita nel dibattito costante con Verge, che fa da contrappunto alla violenza che vediamo nelle scene.

C’è qualche cattivo nella storia del cinema a cui si è ispirato per questo ruolo?

Non ho potuto ispirarmi a nessuno in particolare, perché il modo in cui viene trattato l’argomento in questo film è unico. Ho cercato di documentarmi per capire come venisse trattato l’argomento della psicopatia, ho cercato online la letteratura in proposito, e ho trovato un libro in 4 volumi intitolato “50 serial killer che non conosci”. Fa impressione sapere quanto interesse ci sia sull’argomento. Ho chiesto a Lars perché volesse fare questo film. Lui mi ha risposto che il personaggio gli assomiglia, a parte il fatto che uccide la gente, naturalmente.

Dove vede annidato il male? Come ha vissuto emotivamente questo ruolo?

A Jack manca qualcosa, è come una persona nata senza un arto: a lui manca completamente una coscienza. Per interpretare Jack ho dovuto “aggiungere sottraendo”, less is more, e quindi lavorare di sottrazione. Non è stato facile, soprattutto in alcune scene, dove delle donne mi supplicavano di non ucciderle, ho dovuto spegnere una parte di me. Ciò che mi interessa è il processo, l’esperienza formativa, e in questo sono stato aiutato dal fatto che non abbiamo mai fatto neanche una prova. In questo modo rinunci alle tue idee, impari a stare nel momento e ad accettare il rischio. Prima di iniziare a girare, discutevo con Lars sulla resa del personaggio, e lui mi ha detto di ricordargli di continuare questa discussione nel corso delle riprese, proprio per avere la libertà di potersi adattare al momento. Cosa che Lars ha enfatizzato ulteriormente col montaggio, lui ha un modo molto emotivo di montare.

Il film è uscito negli Stati Uniti? Ha ricevuto qualche tipo di divieto?

C’è una versione Director’s Cut che è per i veri fan di Lars, ed una in cui sono stati tagliati alcuni momenti di violenza grafica, per necessità di uscita in sala. Personalmente non sono un fan della censura, un po’ temevo la reazione del pubblico a certe scene, ma poi mi ritrovo ad accendere la TV, e vedo cose ben più atroci. Per giudicare La Casa Di Jack bisogna vederlo per intero, perché ha un finale con una forte morale, e bisogna digerirlo per almeno un paio di giorni. Ci sono persone che hanno amato il film, ed altre che hanno paura di vederlo. Mi hanno detto che durante la proiezione al Festival di Cannes alcuni spettatori abbiano addirittura lasciato la sala durante la proiezione. Io non me ne sono accorto, forse perché ero in prima fila.

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