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La magia di Ólafur Arnalds | INTERVISTA

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Dopo la piovosa e magica esibizione milanese di Ólafur Arnalds durante la Milano Piano City, abbiamo avuto la possibilità di intervistare il pianista islandese e fargli qualche domanda sul passato, sul futuro e sulle sue date italiane.

Ho avuto il piacere di vedere la tua performance durante l’ultima (piovosa e piuttosto sfidante) Milano Piano Week, come la ricordi?

OA: È stata una giornata piuttosto pazza, soprattutto con tutta la pioggia ed il freddo, ma sia io che la band ci siamo divertiti molto. Ogni tanto le condizioni del genere possono trasformare lo show in qualcosa di stressante e un po’ caotico ma si traducono anche in un po’ di magia sul palco. Anche se sicuramente non è uno scenario ottimale!

La tua performance milanese (così come il tuo ultimo disco, re:member) sembrava di andare in una direzione diversa, più elettronica e vicina a quello che fai con Kiasmos (progetto insieme a Janus Rasmussen), è questa la tua direzione futura?

OA: Re:member è sicuramente influenzata dal mio tour con Kiasmos. Ho scoperto di trovare un enorme piacere in dare alla gente quella sensazione di gioia che dava Kiasmos, quindi scivendo re:member cercavo di evocare le stesse sensazioni di gioia ed entusiasmo sia nel pubblico che in me stesso. Mi sono anche reso conto di quanto tempo vivo ogni nuova pubblicazione, dopo il lancio di re:member dovevo essere certo che l’entusiasmo iniziale che mi ha accompagnato durante il processo creativo si sarebbe mantenuto per tutto il tour.

In tutta la tua carriera sei sempre riuscito a mischiare la musica classica con quella contemporanea e ricevere l’accettazione di entrambi di questi mond, quale è la tua ricetta?

OA: Non esiste una ricetta. Musicalmente cerco di non analizzare o categorizzare quello su cui sto lavorando. Faccio quello che mi sembra giusto. Non è che non ci sia tutto il lavoro dietro per capire quello che sto facendo ma l’elemento più importante della musica  per me è l’espressione personale.

Non credo che la maggior parte del pubblico sappia che la tua carriera musicale è cominciata in un ambiente molto meno “classico”, suonavi batteria in un gruppo trash punk. Dici spesso che il mondo punk ti ha insegnato soprattutto l’approccio fai da te alla musica, ma sembra comunque una lunga strada tra il punk e quello che fai adesso… Cosa hai imparato strada facendo?

OA:Può sembrare difficile da credere per tanti ma per me è sempre stato uno sviluppo naturale. Facevo quel genere di musica anche quando facevo il punk. Lo vedo come due lati della mia musicalità. Ma come hai detto il punk mi ha insegnato l’approccio fai da te, molto utile nella mia carriera, specialmente all’inizio.

Parlando di cose un po’ nerd… Ci puoi raccontare un po’ di più su Stratus, il software ed il sistema di pianoforti-fantasma che stai usando?

OA:  Stratus è un software sviluppato da me e il mio amico Halldór Eldjárn nel corso di due anni. Essenzialmente è un programma che controlla due pianoforti che suonano da soli in reazione a quello che suono io con il terzo. È nato tutto dal periodo del mio blocco da scrittore che ho riscontrato scrivendo re:member. È stato un modo di trasformare una cosa cosi familiare come un pianoforte nuovo ed eccitante. Quando i pianoforti reagiscono a quello che stai suonando, quello cambia le tue idee e la direzione dove stai andando. Ti senti quasi forzato di trovare delle idee nuove e di non ricorrere ai tuoi soliti “trucchetti”.

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