Home > Recensioni > L’isola dei cani

Negli ultimi anni è sorto un fronte di critici e spettatori ormai sazio dal cinema di Wes Anderson: è l’altra faccia della medaglia della realizzazione artistica di un autore da vent’anni ancora nel ramo crescente della sua parabola. Ma è legittimo chiedersi se un autore “che non ne sbaglia una” per certi versi non sia un autore che magari ha tirato i remi in barca.

I colori pastello, le inquadrature simmetriche, le espressioni perplesse e arrendevoli dei personaggi sono diventati il commento (se non lo scherno) virale di internet. È un commento che tradisce comunque una forma di attesa nei mesi che passano fra il film precedente e il nuovo.

Wes Anderson però non ha davvero tirato i remi in barca. “L’isola dei cani” (“Isle of Dogs”, leggasi “I love dogs”), il suo nuovo film presentato in trionfo in apertura del Festival di Berlino, non ostenta solo la tavolozza degli strumenti tipici dell’autore ma anche le sfide cui si è imbarcato insieme ai suoi sodali Jason Schwartzman e Roman Coppola e con la consulenza di Kunichi Nomura.

Ambientato in un Giappone di qualche anno nel futuro, il film racconta di un’epidemia canina che porta il governo plebiscitario della città di Megasaki, in piena campagna elettorale per la rielezione del sindaco Kobayashi (Kunichi Nomura), a decidere di deportare tutti i cani su Trash Island, l’isola dei rifiuti, non ostante l’opposizione del Debole Partito della Scienza e di un combattivo gruppo di giovani attivisti spronati dalla studentessa americana Tracy Walker (Greta Gerwig). Sull’isola la comunità canina si arrangia a sopravvivere e si aggrappa a speranze e voci di popolo su quanto la situazione in città stia cambiando, nel bene e nel male. Un gruppo di cinque cani, Rex, Boss, King e Duke (Edward Norton, Bill Murray, Bob Balaban e Jeff Goldblum) capitanati da Chief (Bryan Cranston) si imbatte in un aeroplano precipitato dal cielo e pilotato dal piccolo Atari Kobayashi (Koyu Rankin), il pupillo del sindaco, deciso a ritrovare il suo cane Spots.

La prima domanda che viene da porsi è “perché in Giappone?”, e questa è la prima sfida che si sono scelti Anderson e compagnia: è stato un omaggio al cinema giapponese che è risultato in uno sforzo creativo sbalorditivo per le scenografie (di Paul Harrod e del premio Oscar per “Grand Budapest Hotel” Adam Stockhausen) e gli inserti di animazione tradizionale che richiamano le stampe di Hiroshige e Hokusai. Ma soprattutto la volontà di mantere i personaggi nella loro lingua di origine, inventando ogni sorta di stratagemma ai limiti della metanarrazione per mantenere questo arbitrario realismo (in un film di fantascienza con cani parlanti).

La seconda domanda, ovvero la seconda sfida, è “perché l’animazione?”. Wes Anderson è al suo nono lungometraggio e alla sua seconda incursione nel mondo dell’animazione stop-motion dopo “Fantastic Mr. Fox”. Una tecnica che moltiplica i costi e i tempi di lavorazione ma che rientra perfettamente nella gamma espressiva di Wes Anderson e, avendola già esplorata nel film del 2009, si è potuto permettere richieste più ardite agli animatori.

“L’isola dei cani” arriverà nei cinema italiani a maggio 2018, invece negli Stati Uniti sarà in sala già dal 23 marzo.

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