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Creare mondi è difficile, una sfida. Con se stessi e con i mondi che sono stati creati prima del tuo. È un dialogo tra passato, presente e futuro, tra mito, storia e scienza, tra letteratura e cinema. Com’era? Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma? Vale per la meccanica, ma anche per le narrazioni, che prendono tutta la tradizione precedente e la trasformano. La difficoltà sta nel farla diventare altro.

Macchine mortali”, esordio alla regia dell’artista degli effetti speciali Christian Rivers, tratto dall’omonima saga letteraria di Philip Reeve e prodotto da Peter Jackson, ha il grande difetto di rimanere ancorato a quella tradizione, quell’immaginario.  Anzi, alla versione ristretta e stereotipata, con le sue dinamiche ben codificate e personaggi che sono diventati i nuovi “tipi umani”. Eppure, la storia di “Macchine mortali”, adattata per il cinema dallo stesso Peter Jackson, co-sceneggiatore insieme a Philippa Boyens e Fran Walsh, partiva da premesse decisamente interessanti.

Siamo in un futuro post-apocalittico devastato, mille anni prima, dalla Guerra dei Sessanta Minuti, un olocausto nucleare che ha causato enormi sconvolgimenti geologici. La vecchia tecnologia è diventata oggetto di ricerca archeologica e quello che rimane dell’umanità vive su delle città-stato “trazioniste”, progettate da Nikolas Quirke. Gli enormi veicoli da battaglia si spostano nel mondo desertificato, seguendo la filosofia del “darwinismo urbano“: le città più grandi, come Londra, cacciano e assorbono gli insediamenti minori, per sfruttarne le risorse. A Est, nel frattempo, la situazione geologica sembra essersi stabilizzata e si sta tornando gradualmente a un modello di città stazionaria più sostenibile, grazie alla Lega Anti-trazionista guidata da Shan Guo.

È in questo contesto che Londra finisce per catturare un piccolo centro minerario chiamata Salzhaken, facendo entrare nella città una giovane donna mascherata, Hester Shaw (Hera Hilmar), determinata ad assassinare l’archeologo Thaddeus Valentine (Hugo Weaving), a capo della potente Gilda degli Storici. Nel tentativo di fermare Hester, l’apprendista curatore del Museo di Londra Tom Natsworthy (Robert Sheehan) finisce per essere buttato fuori dalla città insieme alla ragazza. Cercando di sopravvivere nel mondo esterno, scoprirà che le cose non stanno come gli hanno sempre raccontato.

In “Macchine mortali”, quello che colpisce subito è l’uso dell’immaginario steampunk al di là del suo senso puramente estetico. Nel film di Rivers la tecnologia torna essere quell’elemento narrativo capace di suscitare meraviglia, come nelle storie di H. G. Wells e Jules Verne. D’altronde, la stessa strepitosa estetica retro-futurista di queste “Macchine mortali”, ispirata chiaramente ai castelli erranti, le città fluttuanti e i rossi idrovolanti di Hayao Miyazaki, risponde a questa esigenza.

Non è solo una questione di estetica. “Macchine mortale” fa della conoscenza del passato – storico e scientifico – il perno intorno al quale fa ruotare tutta la vicenda. Il potere, a Londra, sembra essere sostanzialmente nelle mani di storici e archeologici, ma quelli sbagliati, come Thaddeus Valentine. Coloro che non vogliono imparare nulla dalla Storia, interessati solo a mantenere lo status quo, in una versione distopica del neoliberismo. Di contro, c’è chi, come il giovane Tom Natsworthy, attraverso la ricerca sulla cultura materiale di una civiltà distrutta, sogna di migliorare presente e futuro della propria.

Si tratta di un discorso affascinante, che riporta subito alla mente il conflitto tra Zira, Cornelius e il Dr. Zaius ne “Il pianeta della scimmie” del 1968 e che rievoca in parte il tema portante del secondo capitolo, “L’altra faccia del pianeta delle scimmie”.

Dunque, conoscere il passato per evitare gli errori di coloro che ci hanno preceduti. Se “Macchine mortali” avesse avuto più coraggio a livello di scrittura, con questo tipo di premessa, ne sarebbe uscito un piccolo gioiello. Un film per ragazzi in grado di affrontare tematiche complesse e attuali. Tuttavia, i vari riferimenti all’Inghilterra della Brexit, all’America di Trump o alla deriva populista, da soli non sono sufficienti per rendere “Macchine mortali” un film in grado di dire davvero qualcosa su tutte queste questioni. Le idee scorrono via, insieme alle immagini, perché non riescono ad aggrapparsi ad un impianto narrativo convincente.

Soprattutto, non viene creato nessun mondo, nessuna mitologia, nessuna epica. Tutto si confonde nella tipica struttura del fantasy young adult, costruito a tavolino per piacere al pubblico. E allora, ecco che la terribile deformità del viso di Hester Shaw, che nella storia originale suscitava orrore ed era il simbolo di un certo tipo di potere, diventa una piccola cicatrice per non deturpare il bel volto della protagonista Hera Hilmar. Altrimenti, come farebbero giovani spettatrici e spettatori a identificarsi o solo provare empatia per lei? Faccio dell’ironia, ma l’abitudine a sottovalutare il proprio pubblico è tipica di un certo tipo di grande produzione.

Tuttavia, il personaggio di Hester non esce mai dal ruolo stereotipato dell’eroina indurita dalla vita, nemmeno attraverso il goffo tentativo di darle maggior profondità emotiva con l’arrivo di Shrike (Stephen Lang), mentore “rianimato” di Hester. Non va meglio con la caratterizzazione degli altri personaggi: il Tom Natsworthy di Robert Sheehan semplicemente, rimane sullo sfondo, funzionale esclusivamente a quella che nel gergo degli young adult viene chiamata ship, mentre Hugo Weaving si ritrova a interpretare il classico ruolo del cattivo senza sfumature.

Con questo campionario di personaggi monodimensionali e poco approfonditi, passando da “Mad Max” e “Terminator”, fino ad arrivare a “Star Wars”, da dove prende a piene mani, “Macchine mortali” finisce per essere un catalogo di suggestioni tenute insieme da una scrittura ingenua e confusa. Avrei voluto sapere di più su Anna Fang (Jihae), i ribelli e la Lega Anti-trazionista. Chi sono, in cosa credono, perché sembrano tutti dei modelli bellissimi usciti da qualche pubblicità, in questo futuro post apocalittico? Ma, anche loro, passano sullo schermo alla velocità della luce e, in ogni caso, credo non ci sia niente davvero da sapere.

È tutto funzionale a queste due ore visivamente spettacolari, dal ritmo forsennato ma estremamente vacue. Sono la prima ad apprezzare il cinema di puro intrattenimento, ma “Macchine mortali” sembra davvero uno spreco creativo. Ci sono storie in cui è possibile guardare quello che accade sullo sfondo e intravedere il mondo al di là del limiti dello schermo (o della pagina). Purtroppo, non è questo il caso.

 

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