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Paolo Tocco: Ho Bisogno Di Aria brano per brano

 

Come recita il titolo direi che questa volta non si è fatto mancare niente. La scorsa pubblicazione, “Il Mio Modo Di Ballare” era arricchito da un libro di racconti. Questa volta il cantautore abruzzese Paolo Tocco sforna un vero e proprio romanzo edito da Lupi Editori per sviluppare in esteso, e forse ampliare di fantasia, un nuovo disco uscito lo scorso novembre per IRMA Records. Si intitola “Ho Bisogno Di Aria”: è rabbia e rivoluzione, è la canzone d’autore che attinge al mondo classico vestendosi di quel suono grezzo di un’esecuzione dal vivo in studio, poco editing ma tantissima emozione. Il messaggio è preciso, forte, un messaggio che unisce tutti sotto lo stesso tetto: via le maschere, le ipocrisie, il perbenismo piccolo borghese delle morali di comodo, via tutto questo per tornare alle origini da cui ripartire. Si ha bisogno di aria nuova che quella intorno sembra essere viziata. Un disco intenso, sicuramente impegnativo nonostante qualche parentesi scanzonata e leggera. L’importante è leggere sempre tra le righe… parola a Paolo Tocco per il consueto track by track di LoudVision

Paolo Tocco, “Ho Bisogno Di Aria” brano per brano

Ho Bisogno Di Aria

Apriamo con la title track. Non so se avete presente la sensazione: un brano nato di getto e lasciato cadere nel dimenticatoio, qualcosa che pareva non avesse senso e valore. Io e Amedeo Micantoni, all’origine del lavoro di produzione, chiusi in sala provando assieme altri brani. Per caso, decisamente per caso, ho suonato questa canzone in un momento che voleva morire così, come muoiono le cose inutili che riempiono un vuoto sistematico: Amedeo impegnato con dei messaggi al telefono, fuori “soffiava dolce il vento” e forse di sotto Anna ci preparava una cioccolata calda. Fermi tutti: che bella canzone è questa!!! Ci siamo messi in ascolto ed è arrivato l’arrangiamento, l’idea dei suoni… tutto è venuto di getto. Compreso i violini di Danilo Florio qualche giorno più tardi. Punto e a capo. La mia rabbia esplode e non la mando a dire da dietro la schiena con la faccia nascosta, a tutti i finti professori la urlo, a quelli a cui vigliaccamente sei costretto a sorridere ma dentro sai di volerli sputare contro che in questa vita dovremmo tornare ad avere verità per essere liberi. Levati le maschere, mi sto annoiando a morte, di te e di tutta questa finzione. Ormai anche un Festival famoso o una Targa alla carriera d’autore vale meno di niente vista la finzione ipocrita che sta dietro ogni singolo tassello del quadro. Non facciamo di tutt’erba un fascio ma neanche accontentiamoci di un fiore soltanto per capirne la scena. Basta. Ho bisogno di aria…

Bella Italia

Faber le chiamava anime contadine. Gianmaria Testa ha usato titolarli come seminatori di grano. Io, per una chiusa più didattica e attenta alla rima, ho usato la definirli Santi. Questa è la mia prima canzone che ho scritto direttamente al pianoforte, suonata in presa diretta in studio, dal vivo praticamente, come quasi tutte le canzoni intime ed acustiche di questo lavoro. Ma questa finisce con un muro di chitarre elettriche e una batteria di Luca “Bonzo” Belisario che rispecchia un poco la scena indie di moda oggi. Vabbeh ci siamo capiti. In Abruzzo, un anno fa, abbiamo vissuto un film. Valanghe, terremoti, nevicate mai viste prima. Qualcuno ha perso tanto, qualcuno ha perso tutto, molti hanno perso se stessi anche. Io sono tra i fortunati che aveva il culo sul divano e faceva “no” con la testa davanti la televisione. Ha fermentato questo contrasto, non sono ipocrita nel fingermi compagno di battaglia, forse sono il vigliacco che non esce di casa per non sporcare le scarpe e per restare al calduccio. Ho comprato anche il camino. Forse… sarà la storia che più vi pare, però ha fermentato tutto questo è ho immaginato (perché questo fa il vigliacco davanti la televisione): ho immaginato di scavare sotto le macerie e trovarci sotto le Anime di tutti. Anime. I Santi. Quelli della vita quotidiana. Quelli del quartiere sotto la finestra. Non ci sono i grandi del mondo sotto le macerie e neanche i potenti della televisione. Ci siamo tutti noi invece, tutti i Santi di Dio. Il popolo. Ma alla fine per quanto voi vi crediate assolti, sarete comunque coinvolti. E tra le righe di questa canzone, nella chiusa il messaggio è fortissimo: per quanto sembri che quello sia solo un problema loro, che sotto le macerie ci stanno solo quei Santi li, per quanto i potenti siano impotenti al caldo dei loro salotti, sappiate tutti che sotto le macerie ci stiamo tutti quanti.

Pizzburg

L’ho italianizzata questa parola. Un uomo senza tetto che cammina con due cani per la mia città. Da Pizzburg veniva Andy Wharol, visionario, psichedelico, poesia astratta e strattonata dall’estetica di base. Quest’uomo, quello dei due cani, parlava in modo sconnesso quella notte, a modo suo disegnava oggetti e situazioni, aveva una fantasia che tutti davano per spacciata. Io invece credevo fosse poesia, a suo modo. Un puzzle infinito di visioni istintive e poi alla fine una casa di cartone. Si è abbandonato a raccontarmi di come avesse perduto ogni cosa, l’amore, la donna, la casa. Bruciava dentro e guardava fisso i suoi piedi. Cammino e non ti guardo, per non morire dentro. Nell’esecuzione in studio che abbiamo lasciato per il disco buono, io mi gratto la barba ma ci sta tutta che si senta la mia barba anche. La dolcissima voce di Patrizia Cirulli mi onora e mi arricchisce la seconda strofa. Gli armonici di Danilo sono sospensioni d’avanguardia e il morbido planare di Amedeo con la chitarra è il racconto che non deve avere mai fine. Ciclicamente tutto torna, perché torna, ci puoi scommettere. Poi sotto c’è di tutto, soprattutto per mano di Angelo Violante ai sint, quelli strani che fanno molto pensare all’Islanda. Eppure siamo a Chieti e quest’uomo ha caldo anche d’inverno.

Arrivando Alla Riva

Le mie scarpe nuove. Una festa di matrimonio. Io odio le feste di matrimonio. Non ci vado più. Quindi non offendetevi se rifiuto i vostri inviti ma sinceramente non posso sopportare il disagio che vivo in quelle ore. Ma quella volta dovevo andarci per forza, dovevo accompagnare la mia dolce mamma. Allacciavo le scarpe nuove. Ai matrimoni ci si veste bene e mi raccomando niente cappello. Col capo chino, sporgendomi dal divano, lacci nuovi che scivolano, la televisione (maledetta che sei) accesa. L’ennesimo dramma, l’ennesimo film vero degli uomini veri e delle donne vere anche loro e dei bambini che sembrano di cera ma erano veri, anche loro erano veri. Un gommone, un corpo nudo, il mare, la riva, gli sbarchi, i morti. Siamo uomini come loro, e loro come noi, e tutti noi come voi altri. Poi da una parte qualcuno ha la nave di 20 metri per scoparsi le bionde tra una striscia di coca e un rolex da collezione… e poi, dall’altra parte del mare ci sono quelli che hanno un gommone di 3 metri su cui far salire 200 anime se tutto va bene, in cerca di salvezza, tutti quanti a morire come fa l’acqua nel deserto di pietra. Ed io comunque allacciavo le scarpe nuove per andare ad una cazzo di festa di matrimonio. Le onde del mare… ho pensato di immortalarle nel loro continuo arrivare, restituire, regalare, raccontare, oggetti, sensazioni, storie. Ho parlato dal mio punto di vista. La tragedia non è cosa mia? Forse. Ho visto negli occhi la televisione e ho regalato di getto alla mente quella che poi è la canzone che ho messo sul disco. Lento andare, armonico, le onde…

PAOLO TOCCO COVERTraditional Love Song

Un brano della tradizione folk. Storie di amanti. Ne ho inventate molte in questo disco. Gli amanti sono come dei ladri, bugiardi, nascosti sui tetti la notte come i gatti, gli amanti scopano senza fare rumore e fanno l’amore con un fracasso che smuove anche le campane su alla piazza maggiore. Gli amanti hanno le fottute maschere dei vigliacchi e le spine nei fianchi. Ma lei aveva i cani per fare la guardia, i graffi su entrambe le mani. I graffi li avevo anche io, li abbiamo tutti quando dobbiamo scardinare una porta che sembra blindata. Quanto ci piace farci vedere blindati, inarrivabili, vip… e poi siamo solo carta velina. Per Natale, io che odio i regali, le volevo regalare una rosa. In questa fantasia di amanti ci sono io che le regalo una rosa. A volte gli amanti non hanno neanche bisogno di fare l’amore. Un giro di semplici accordi, una struttura tradizionale, un moto perpetuo di cose già viste e vissute. Giacomo Pasquali al TouchClay Studio (non poteva chiamarsi altrimenti lo studio) mi ha messo davanti un microfono gigante, una bottiglia di vino e fuori quasi la neve. Ho suonato e suonato e cantato da solo, dal vivo, al buio cercavo, buona quella che il cuore dice che è buona. Solo chitarra e voce. E poi il magico sax di Piero Delle Monache, che scrive di getto il suo personale punto di vista su cosa sia una finestra buia a coprire la faccia di tutti gli amanti. Chissà se Piero l’ha mai saputa questa storia…

Tom Waiz

Ancora fantasie di amanti. Non mi dilungo troppo, il tema è lo stesso. Lo hanno scoperto gli amanti quanta vita si perdono a far tacere le proprie emozioni. E quindi si arrampicano sui tetti e hanno nei fianchi le spine… e hanno tra i denti le spine. Danzano, si inseguono gli amanti. Ho chiamato così questa canzone, come quel cantante famoso. Le canzoni si chiamano, le canzoni sono come persone. L’ho chiamata così perché è storta che sembra quasi americana. Il didattico avrebbe numeri e spartiti per dirvelo meglio. Io dico solo che è storta. Quadrata nella forma ma storta nella poesia. Amedeo disegna qualcosa che somiglia ad un poliziesco anni ’50, io suono perché Giacomo mi ha messo un microfono vecchio davanti e mi ha detto di farlo. Non mi aspettavo fosse quello il momento, mi ha detto di farlo e allora ho suonato. Magistrale percussione di Walter Caratelli che letteralmente improvvisa sul disegno del tutto… che non voglio dire fosse improvvisato anche quello ma poco ci manca. Alla fine ho detto quello che pensavo: ti guardo perché ho sete, ti bacio perché ho fame. Perché la vita ha sempre sete, perché la vita ha sempre fame.

La Città Della Camomilla

Molti si sono offesi. Qualcuno mi ha anche minacciato. Ovviamente in forma anonima. Mi hanno anche detto che devo morire o che alla meglio devo lasciare questa città. Eccovi dimostrato che gli imbecilli aprono bocca ancora con fare mafioso, al 2018, senza sapere e senza averci capito qualcosa. Perché questa canzone, se proprio vogliamo identificarla con Chieti, ne parla per salvarne la sua bellezza. Quella sua e di chi la vive ogni giorno. Siamo noi la ricchezza di questa città e contro la casta di provincia dovremmo scendere in piazza per la rivoluzione. Come dovrebbe accadere nei grandi partiti della nazione. Come accadeva a Bologna nel ’77, o come accadrà nel futuro con i raggi protonici. Ad ora siamo tutti fermi a lasciar passare le maschere, il circo, l’ipocrisia. Che fin quando va bene al nostro personale tornaconto, allora va bene. Poi ci rompe i coglioni, i nostri, e allora non va bene più e via a cercare le morali e le frasi di scena per far applaudire chi ci sta attorno, per cercare consensi. Apparire. Quanto ci piace apparire come i vip della televisione. Le frasi dei baci perugina no, quelle non vanno bene perché parlano d’amore e qui l’amore non c’entra. Chieti come Pescara come Roma come Napoli come Vercelli e come Varese. Come tutta la santa provincia italiana. La nostra città è nostra, è bella com’è bella ogni cosa che sa di casa nostra. E noi siamo ricchezza ed energia di casa nostra, l’unica vera energia umana che potrebbe celebrare questa bellezza. Il capitale umano diceva il rapporto. Ognuno pensi a casa propria. Io ho cantato “una casa” qualunque. Penso alla mia certamente, ma penso anche sia così per la casa di ognuno. Poi quello con rosa nel taschino e il vestito buono ha il permesso di mangiare, di passare, di pisciare. L’altro siede a terra e deve pure scansarsi quando passano quelli. Il popolo subisce e al massimo ci scrive su qualcosa da postare sui social. Punto a capo. Io amo la mia città caro minacciatore anonimo, ascoltala bene. Ma tanto neanche più i giornalisti musicali hanno tempo di ascoltare la musica, come biasimare un minacciatore anonimo? E nel tempo che falliscono imprese di ogni sorta, può mai essere che questo circo vende sempre tutti i biglietti?

Mary

Andando in studio. Il mio questa volta. Ne avevo uno grosso così… di studio. Eh si, buonvenire anche per la malizia. Perché sulla strada c’era una prostituta e non era Via del Campo, e non mi trovavo in Via Frattina. Era solo la zona industriale. Per la prima volta una prostituta nella mia città, sul marciapiede. Per la prima volta, una prostituta era anche palesemente brutta. Povera stella… oggi che anche i brutti sono belli. Ora, in un piccolo centro dove tutti si conoscono, dove chi non si conosce evidentemente è di passaggio, dove chi è qui da almeno un paio di giorni sa già chi sarà il prossimo sindaco. Insomma: ve lo immaginate come potrebbe essere il mercato della prostituta sulla statale dietro le fabbriche? Peraltro di giorno, di un giorno feriale, in pieno traffico industriale. Vi giuro che mi sono fermato ad osservarla e ad osservare le macchine bendate, con le targhe truccate e le parrucche alle ruote. Manovre di geometrie assurde, sgommate, partenze, ritorni. Scendeva al volo, dal finestrino, dal tubo di scappamento. Scappa maniaco, scappa. No amici, non ci sono andato io con la prostituta, quindi placate le vostre malizie. Se volete conoscere i retroscena dovreste leggere il libro e non fidarvi delle cose che sembrano finte. Ho pensato si chiamasse Mary. Era brutta. Ma non per via delle sue curve. Era brutta di rabbia di tristezza. Aveva un vestito improbabile e sembrava fosse Domenica. Che da noi, quando viene domenica, la vita sembra andare in vacanza. Sei rimasta soltanto un giorno mia cara Mary. O almeno io non ti ho visto più sul quel marciapiedi. Anche se poi Domenica è venuta davvero…

Non Vi Riconosco

Quanta finzione anche grazie alla rete. Non trovate? Il luogo della eterna connessione al qui ed ora, click rapidi per esserci e per apparire. Tutti connessi. Lello Savonardo proclama: Always on. Citando Dalla-De Gregori, mi chiedo come fanno i marinai? Ma quelli di oggi intendo, quelli che il mare lo vedono sul cellulare, quelli che anche senza stelle sanno dove andare, quelli che al porto trovano gli hotel di lusso. Ma come fanno i giocattolai che ormai non esistono più? Come facciamo che non ci sono più i pupazzi di legno e quelli coi fili, i bambini non giocano a campana e non salvano il mondo come le spade di carte e le pistole che sputano solo saliva, in fila indiana alla conquista e alla battaglia urlando morte certa contro i pirati del cortile di fronte? Come facciamo tutti che non abbiamo più eroi perché ormai tutti sono famosi e fanno a gare per parlarsi addosso più tempo possibile, che oggi i supereroi non hanno mantelli ma le cravatte, non volano e non spariscono alla velocità della luce ma hanno le macchine blu e stanno seduti sulle poltrone di pelle? Che supereroi sono questi? E infatti, non so voi, ma io penso che il mondo vada salvato proprio da questi finti supereroi. Bellissimo il solo di violino, un suono strano, con un effetto urbano. Danilo Florio mi vuole davvero bene. Bella Giada, bel coro, decisamente pop, come piace a te. Maledizione il pop. Però ci sta bene…

Bolle Di Sapone

Penso che qui più che altrove Marco Contento abbia realizzato il disegno di batteria più importante che ci sia. Bella rima. Ma bella verità anche. Sali e scendi. Picchia forte per sottolineare, accarezza appena per lasciarsi poggiare. E penso che questo sia il testo più importante di tutto l’ascolto. Che poi tornare bambini o magari smettere di ignorare i bambini che siamo. Da bambini abbiamo tutti giocato con le bolle di sapone. Cose perfette che volano da sole, in totale trasparenza… e poi spariscono. Pluff. Magia. Le bolle di sapone è come l’amore degli amanti. Ancora gli amanti, maledizione a loro. L’amore che si consuma come una ruota che gira, piano piano ma fa tanto rumore. E sono biglietti di carta che lasci nascosti, sono i segreti e sono i ciechi di Saramago che alla fine ci sanno vedere. E il bello vero è quello che c’è dietro, tra le righe, nell’emozione che hai dentro e che resterà sempre. Non è importante l’aversi perché spesso non si possono avere, gli amanti, quelli di tutte le età. E poi scende la polvere e copre tutte le cose. Almeno così sembra. Ma gli amanti lo sanno che cos’è che ci sta sotto alla polvere. Sotto ci stanno i soldati, i tamburi che suonano alla sfilata… una risata a celebrare una bella giornata… e sotto tremano le vene, urla la terra che trema, una foto non basta. Non basta niente… mai niente basta quando gli amanti capiscono il pregio irrimediabile di aver dato vita alle loro emozioni. Contro la plastica delle regole quotidiane. La vita è questo. Non è omologarsi all’equilibrio che fa prevedere il giorno che arriva. La vita è quando la vita preme da dentro e non ti avvisa e non ti chiama e non ti aspetta neanche. Gli amanti corrono per questo… e i bambini corrono dietro le bolle di sapone prima che questa spariscano… pluff.

Madre Terra

Chiudo con una nenia quasi di ghiaccio. Una preghiera alla Terra. Di nuovo lei protagonista, come in Bella Italia quando scavando tra le maceria scoprivo il Popolo Santo. Ora invece mi fingo bambino e poi mi fingo bambina. E guardo il mondo da sotto le macerie. Da qui il buio non mente e la Luna non si vede e le stelle sono pietre… Angelo Violante ha disegnato un discorso di mellotron che sembra mellotron ma non è il mellotron. Di certo sembra di ghiaccio anche lui. Giacomo ha accettato di registrare il mio Albero di Natale: che se lo muovi davanti al microfono senti un rumore quasi di campanellini. E poi agli amici che avrei voluto tutti ma che alla fine i tempi tiranni non mi hanno fatto incontrare. A loro ho chiesto un coro. E ritroviamo Giada Scioli e Giacomo Pasquali, ma anche i cantautori Adriano Tarullo, Francesco Costantini e Ovelio Di Gregorio. Alla Terra ho piano e ho cantato sperando che serva a qualcosa per me soprattutto, dirlo e come ricordarlo a me stesso, un diario segreto certe volte non serve tenerlo segreto: trema, nuda, Madre Terra, a piedi nudi e a mani vuote…

 

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