Home > Zoom > Perché ci mancherà Stan Lee

Perché ci mancherà Stan Lee

Non molto tempo fa, evento più unico che raro, mi sono ritrovato nella mia stanza nel tentativo di rassettare armadi e spolverare scaffali. “Uno sforzo lodevole” avrebbe detto mia madre, se nell’arco di pochi minuti non avessi distolto completamente la mia attenzione dal tipico onere casalingo per dedicarmi alla mia discreta collezione di fumetti.

Un vero e proprio istante di raccoglimento per me, come se mi venisse naturale ogni volta inscenare una specie di celebrazione religiosa dedicata alla mia infanzia, che prima ancora di passare per le più moderne graphic novel, i manga, i vari Diabolik, Tex Willer e Dylan Dog, o i Topolino aveva mosso i primi passi nel magico mondo della fantasia (neanche a farlo apposta!) grazie ai meravigliosi fumetti Marvel.

È naturale, quindi, per me ringraziare il caro vecchio Stan Lee prima di tutto per “Lo Stupefacente Uomo Ragno”, il primo nella mia lista di supereroi preferiti. E non a caso, anche la creazione decisiva che nei primi anni 60 non solo permise a Stanley Martin Lieber (in collaborazione con Steve Dikto) di cominciare a guadagnare lustro e notorietà nell’universo supereroistico a fumetti, ma mise anche in moto l’inarrestabile processo di crescita della piccola casa editrice Timely Comics (nata nel 1939), divenuta poi la celeberrima Marvel Comics.

Vi basti pensare che, alla fine degli anni 50, uno Stan Lee appena trentenne si ritrovava costretto a fare i conti con un profondo senso di insoddisfazione del proprio lavoro che gli stava facendo seriamente considerare ogni giorno di più l’eventualità di abbandonare il campo fumettistico, complici il neonato Comics Code (una regolamentazione interna che le case editrici al tempo furono obbligate ad adottare a causa della campagna moralizzatrice nei confronti di fumetti gialli, horror e nudi femminili portata avanti dallo psichiatra Fredric Wertham a partire dal “Seduction of the Innocent”) e l’ascesa della DC Comics con i suoi Batman, Superman e Wonder Woman. E proprio quando sembrava non essere rimasto più nulla da perdere, una nuova proposta di lavoro da parte di Martin Goodman e il decisivo incoraggiamento da parte della moglie Joan Clayton spinsero Lee a dare vita a quella che si rivelò successivamente una vera e propria rivoluzione nel mondo dei supereroi a fumetti: la comparsa per la prima volta in assoluto di “esseri dotati di superpoteri, ma fragili e problematici come uomini comuni”.

Dal più anziano Capitan America ai controversi X-Men, le eccezionali capacità dei protagonisti di albi che ad oggi sono considerati delle vere e proprie pietre miliari del genere comics hanno lentamente ceduto spazio ai drammi interiori e le difficoltà tipicamente quotidiane, caratteristica che sottolinea quale sia effettivamente il merito più grande da parte del vecchio Stan Lee: quello di aver reso noi, uomini ordinari, i veri supereroi in grado di fare grandi cose senza necessariamente avere poteri speciali. “I think one person can make the difference”, amava ripetere spesso “The Man” durante le sue apparizioni televisive (come in “Stan Lee’s Superhumans”)o anche nelle ultime interviste rilasciate in virtù dei suoi numerosi camei cinematografici (da “Processo all’Incredibile Hulk” con Lou Ferrigno al più attuale “Avengers: Infinity War”), e mai come in questo drammatico momento storico un simile messaggio sembra assumere un “potere” del tutto nuovo, soprattutto dopo la sua recente scomparsa.

A noi poveri nostalgici non rimane che alzare i calici e brindare insieme ad un’infanzia resa indiscutibilmente unica dal genio di Stan Lee, e a me personalmente di immergermi nuovamente nella magia della mia discreta collezione di fumetti Marvel lasciandomi andare ad una riflessione completamente proiettata nel futuro: perché a mio parere il vecchio Stanley Martin Lieber, insieme a tutta la sua rivoluzionaria filosofia legata ai supereroi, andrebbe persino insegnato nelle scuole.

Ancora una volta, “Face front, true believers”.

Scroll To Top