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  • Venezia 77 – Pieces of a Woman

    Diretto da Kornél Mundruczó

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Presenza assidua sulla Croisette di Cannes, dove sono state selezionate tutte le sue opere precedenti (con “White God” trionfò al Certain Regard, con “Una luna chiamata Europa” esordì nel Concorso principale), il cineasta ungherese Kornel Mundruczó quest’anno, complice il forfait del festival francese, impossibile da tenere a metà maggio per via, naturalmente, dell’emergenza Covid-19, sbarca in competizione a Venezia 77 con il suo esordio in terra statunitense, che ha folgorato Martin Scorsese tanto da fargli apporre il proprio nome tra i produttori.

“Pieces of a Woman” è un film dalla doppia anima dunque, europea ed americana, e la difficile coesistenza tra due approcci e due stili così diversi è tutta sullo schermo, in un’opera bipolare che alterna toni e stili, a volte anche all’interno della stessa sequenza. Un film “rischioso”, che si lancia senza paracadute nella rappresentazione del punto di vista femminile sul mondo e sulla maternità, e in questo la coautrice (e compagna del regista) Kata Weber porta il suo fondamentale contributo. Un film COSÌ femminile realizzato esclusivamente da un uomo avrebbe causato, forse anche giustamente, qualche polemica di appropriazione indebita in sede di conferenza stampa.

A seguito di un evento traumatico, Martha (Vanessa Kirby) avverte su di sé una crescente pressione. Chi la circonda si aspetta che esprima certe emozioni, e che elabori il trauma in un determinato modo. E se lei non volesse o non riuscisse a seguire i canoni? La serenità è un peccato? È legittimo resistere ai sensi di colpa? E, soprattutto, saranno davvero questi i suoi sentimenti?

Una protagonista assoluta, tante figure di contorno: il suo compagno (Shia LaBeouf), sua madre (Ellen Burstyn, personaggio arcigno ma divina come sempre), sorelle, cugine, cognati, ognuno convinto di avere consigli da dare e saggezza da somministrare. Ma Martha torna al lavoro, guarda la Tv, si isola da tutti, non vuole ingerenze: il regista è bravissimo a seguire la sua attrice, a carpirne i gesti, i cambi d’espressione, i tic (apparentemente) inspiegabili.

Stiamo girando intorno al motivo del trauma, perché non vogliamo assolutamente togliervi il piacere di seguire una delle prime sequenze del film con lo stesso pathos con cui abbiamo potuto farlo noi qui dal Lido. Trenta minuti abbondanti di piano sequenza unico, tutto stretto tra le mura di un appartamento, una coppia unita, innamorata, indissolubile, o almeno così sembra, prima della deflagrazione che sconquasserà le loro vite dalle fondamenta.

Un esercizio di stile di sensazionale perizia tecnica, non fine a se stesso ma profondamente motivato dalla situazione rappresentata. Mundruczó lo ripeterà ancora una volta, nella parte centrale, in una riunione di famiglia che farà conflagrare definitivamente sentimenti e pulsioni, quando le emozioni fin lì trattenute verranno gettate in faccia, con parole dure.

Sequenze bellissime, dunque, ma anche tante cadute di stile: le metafore fin troppo evidenti e reiterate, alcune svolte repentine, il finale DAVVERO ridicolo. È una precipua caratteristica del cinema di Mundruczó, quella di provare, di lanciare le sue macchine narrative verso il baratro, cercando di sterzare, e non sempre riuscendoci, appena in tempo.

In un Concorso, almeno sinora, asfittico e dagli orizzonti limitati, “Pieces of a Woman” occupa il posto dell’oggetto alieno, della scommessa dei selezionatori. Prendere o lasciare, un cinema che non accetta mezze misure. Noi prendiamo con riserva, riservandoci il compito di armonizzare i contrasti. La crudeltà dei rapporti, familiari e relazionali, la loro sostanziale irrinunciabilità, il totale rigetto di ogni giudizio o punto di vista di superficie: questo è il vero lascito di un film, lo ripetiamo un’ultima volta, sbalestrato ma affascinante.

Pro

Contro

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