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Portfolio: Stefi Wonder, il nuovo disco brano per brano

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Nuovo disco… “sognando California” ci verrebbe da dire. Perché attorno a questo fantomatico personaggio che si chiama “Stefi Wonder”, i nostri Portfolio costruiscono un album davvero intrigante, bello di personalità e originalità, un disco in cui c’è spazio per la trasgressione e la didattica, per il lato visionario e per quello ordinario. “Stefi Wonder” è anche seduzione, è anche libertà strumentale, è anche ironia con quel pizzico di eleganza che si fa piccante. “Stef Wonder” è un bel disco “californiano” che non smette di guardare all’estetica radiofonica e neanche si priva di quella personalità contro tendenza.

Portfolio, “Stefi Wonder”, brano per brano

Stefi Wonder

La title track ha dentro di sè molti degli elementi che caratterizzano il suono “californiano” del disco: chitarre e linee di basso funky, groove. Il testo in italiano ci introduce al personaggio Stefi Wonder.

Io E Stan

Il brano si apre con un organo dalle reminiscenze Doors, supportato dal resto della band. In questo brano l’elettronica inizia a contaminare il suono. Il testo parla di ricordi passati, un triangolo fatto di fraintendimenti e dolcezza.

Agosto

Si allontana dal filone “californiano” del disco ma non troppo. Un brano più radiofonico, con un cantato superlativa di Claudia Domenichini. Il primo singolo del disco, il brano giusto per il prossimo Sanremo.

Che Gioia

Il tempo rallenta ma non l’intensità e il groove. Il suono è avvolgente e caldo e ci trasporta in una serata invernale, davanti al caminetto, per tremare emozionati e sognanti.

Fluidità

Ecco il brano sperimentale! Bassi e synth si muovono sinistri insieme ad una poderosa batteria. Un riff di chitarra si inserisce e dura giusto il tempo per lasciare un ricordo per poi ri-accendere la scena.

Sunshine

Ritorna “Stefi Wonder”, in questo funk lento, viscido e sudato.

È lui il re dell’Edelweiss, nota discoteca reggiani anni 90.

Nel finale liberatorio guarda tutti gli habitué del locale, sudati ed ubriachi, dal banco del bar. Impeccabile, elegante, sdegnato.

Suoi Organi

Motown all’italiana, brutte storie di paura di abbandonarsi e di farsi del male. Chitarre dal sapore funky-soul si muovono sinuose lungo tutto il pezzo. Groove, peripezie vocali ed un ritornello che vuole omaggiare Booker T & the MG’S. Nel finale una chitarra fuzz acida mescola le carte in gioco.

Scuola Strumentale Reggiana

L’ ultimo brano dell’album parte soffice e liquido con intro di chitarre e synth per poi lasciare spazio al flicorno. Finale infuocato e tanti applausi.

A Reggio Emilia ci sono tante super band strumentali, come Giardini di Mirò e Julie’s Haircut. Scherzando diciamo spesso che esiste una vera e proprio scuola in tal senso… il titolo è un ironico ed affettuoso omaggio.

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