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Sanremo 2020, Fadi si racconta: “Gli incontri con gli altri fanno parte della tua storia” [INTERVISTA]

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Nella sezione “Giovani” del Settantesimo Festival Della Canzone Italiana, al via martedì 4 febbraio 2020 presso il Teatro Ariston di Sanremo, spicca la presenza di Thomas O. Fadimiluyi, in arte Fadi, degno rappresentante insieme agli Eugenio In Via Di Gioia del floridissimo vivaio della musica indipendente italiana, splendente più che mai in questi ultimi anni. L’artista, romagnolo di origini nigeriane, dopo aver rilasciato singoli interessanti come “Cardine“, “Se ne va” e “Canzone leggera“, ha ottenuto un ottimo riscontro da parte di critica e pubblico grazie alla cover di “Rimini” contenuta in “Faber Nostrum“, compilation omaggio al grande Fabrizio De Andrè.

In occasione della sua partecipazione alla kermesse con “Due noi” il cantante ha pubblicato il 31 gennaio il suo primo album ufficiale per Piccica/Sony Music, chiamato semplicemente “Fadi“, che racchiude tutto il suo universo creativo, dove è presente la Romagna, la Nigeria, la sua passione per la velocità e gli incontri con le altre persone, punto focale del brano sanremese. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Fadi poco prima della sua partenza per città dei fiori, cercando di coglierne umori e sensazioni senza farci scappare l’occasione di chiedere qualcosa in più sulla sua prima fatica discografica.

Thomas, arrivi finalmente sul palco dell’Ariston dopo una selezione accuratissima: dalla prima scrematura ai testa a testa il sabato pomeriggio su RAI 1 passando poi per le Finali di dicembre. Come descriveresti il tuo percorso fino a questo momento?

È stata una bella epopea, essere riuscito a suonare davanti a un sacco di persone mi ha certamente temperato e dato un bel po’ di esperienza. Di questo sono molto contento. Sarà bello raccontare questa avventura al bar una volta tornato a casa; nel bene e nel male adesso ci divertiremo.

Cosa ci puoi dire riguardo alle prime prove? È la prima volta che vieni accompagnato da un’orchestra?

Sì, per me è stata la prima volta e che dire… è stato davvero bellissimo, ti senti avvolto dall’orchestra, dalla band, dalla tua musica, è davvero una figata difficile da descrivere.

Ascoltando la tua canzone mi è venuto in mente un brano recente di Lucio Corsi, ovvero “Cosa faremo da grandi”. Non ti so spiegare il motivo, forse perché in “Due noi” parli di un momento preciso dell’esperienza di qualcuno, ovvero degli anni universitari…

Ho sentito l’album di Lucio ed è una vera bellezza. “Cosa faremo da grandi” è anche un modo di dire, lo usano tutti, anche gli anziani. C’è un po’ questo punto interrogativo dettato dalla realtà, che è sempre un’altra cosa rispetto a quello che ci mettiamo in testa. “Due noi” vuole esprimere che, nel bene e nel bene, ci si porta sempre dietro qualcosa dall’incontro che si è fatto con altre persone, dai compagni di corso, dagli amici, da tutta la gente a cui auguri il meglio possibile; gli incontri che fai fanno parte della tua storia, “Due noi” è questa cosa qui. Poi ogni giorno si comincia sempre un po’ da capo ma con un bagaglio nuovo, fatto di nuove persone e nuove storie.

Ho notato che nei tuoi brani non fai uso di tantissime parole, fattore che trovo estremamente interessante. Come funziona il tuo processo creativo? Ritocchi molto i pezzi una volta che vengono fuori oppure li tieni così come sono?

Un po’ tutte due le cose, io cerco di afferrare l’onda una volta che il brano emerge. Cerco di farlo più mio possibile, mi metto lì e lavorandoci vado ad aggiustare il tiro, ma dipende da canzone a canzone, alcune escono di getto a palla, altre invece sono solo idee da coltivare. Le parole selezionate dipendono sempre dall’esigenza del pezzo, mi piace la sfida di cantare in italiano e soddisfare la lingua italiana che è difficilissima. Non mi piace utilizzare le parole troppo a ruota, dipende da cosa vuole il pezzo.

Nel tuo disco fai ben capire cosa ruota attorno al tuo universo: troviamo infatti sia la Romagna che le tue origini nigeriane, non solo nelle parole ma anche nei suoni, penso ad esempio a “Owo”. Cosa hai ascoltato durante la stesura?

Ho ascoltato davvero tantissima musica, sono uno che passa da una parte all’altra in un secondo. Vado da Fela Kuti a Nilla Pizzi, da Bob Marley a Rino Gaetano passando per Curtis Harding, il blues, il soul, insomma un po’ di tutto, dipende molto da cosa sto cercando. Dal punto di vista di “Owo” mi sono divertito tantissimo recuperando la talking drum, strumento tipico del West Africa: ho aggiunto insieme al mio produttore Antonio Filippelli questo tropical nel beat e nella chitarra; io non sono un virtuoso della chitarra ma mi piace tantissimo come strumento, lo trovo interessantissimo.

Anche “Fluido” è un pezzo molto interessante…

Fluido” è una metafora, mi fa pensare al rally, alle corse a cronometro. In quello sport c’è il pilota e il navigatore, il navigatore dà le indicazioni al pilota per affrontare la tappa. Ho utilizzato questa similitudine con la vita. A volte ci si ritrova ad essere piloti e andare su una macchina e non trovare la rotta, però capita di essere copilota, quindi di non essere al volante ma avere le indicazioni. Un po’ come il detto “chi ha il pane non ha i denti e chi ha i denti non ha il pane”. In questa corsa dove ci sono 7 miliardi di persone, tutte con un DNA unico al mondo, ognuno ha le proprie brighe, le proprie vittorie e le proprie sconfitte e deve dare il meglio con quello che ha creato, quindi ho usato un’espressione dialettale, “VolaBel”, ovvero “vola bello!”, frase che mi diceva spesso mia nonno utilizzata anche in “Canzone leggera“.

Per salutarti: cosa ci puoi anticipare sul tour ora che sono state rese note le prime date?

Non posso anticipare ancora niente, posso solo dire di essere davvero gasatissimo.

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