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SANREMO 2021- Le nostre pagelle delle canzoni in gara

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Sembravamo spacciati. Il covid, la terza ondata, le zone arancione scuro, la DAD, il coprifuoco delle 22:00. Tutte cose che fino a un anno fa non avrebbero sfigurato in qualche B-Movie horror fantasy. Ma Sanremo ci ha salvati ancora una volta. Ci eravamo lasciati con Morgan che cercava Bugo, l’ultimo sprazzo di luce prima del disastro. E ora, dopo un anno, eccoci qui a guardare il Settantunesimo Festival della Canzone Italiana, mentre implodiamo in un divano, sputiamo sentenze e ci prendiamo a calci, scorrendo col nostro ditino la schermata home di Twitter alla ricerca di nuovi meme. Il potere di Sanremo, in fondo, è questo: quando c’è il Festival, il resto è meno importante. Persino il covid.

Le nostre pagelle non si fanno attendere. Mentre scrivo, sta per cominciare la terza serata, quella delle cover e delle grandi ospitate. Insomma, il momento più inutile e allo stesso tempo divertente del festival. Una giuria demoscopica di 300 tizi dai gusti musicali dubbi ha già stilato una prima classifica provvisoria, che sarà aggiornata nelle prossime serate. In attesa del verdetto finale, noi diciamo la nostra.

Aiello – Ora. È già un meme. Di lui ci ricorderemo i vocalizzi che neanche la Regina della Notte nel Flauto Magico di Mozart. Il pezzo è brutto, nonché oltremodo irritante, e questo artista dovrà un giorno tirare fuori il meglio di sé. Spero non sia questo. Voto: 3

Ghemon – Momento Perfetto.  Ghemon ha un problema: al primo ascolto non attacca. Ma state certi che poi cresce, cresce, cresce, fino a farvi strappare dalla nuca i pochi capelli che vi restano. Lui se ne frega e in questa tornata ci rifila un pezzo intriso di soul, dalle tinte quasi gospel. Non vincerà mai, ma in fondo che ci importa? Voto: 7.5

Bugo – E invece sì. Eccolo! È riemerso da un tunnel spaziotemporale per salvarci. In una dimensione parallela lui e Morgan sono ancora amici e il 5G non ha diffuso il covid in tutto il mondo. La realtà è assai più triste, come lo è il pezzo che il cantautore ha portato all’Ariston. A questo punto sarebbe meglio chiedersi: dov’è Morgan? Voto: 5

Random – Torno a te. Anche riascoltandolo più volte, non prende. È l’unico pezzo di questa classifica in cui si fatica a trovare qualcosa da dire. Canzone pop come tante, senza spessore, senz’anima. Non è cattiveria, ma semplice constatazione. Rimandato al prossimo appello. Voto: 4

Orietta Berti – Quando ti sei innamorato. Oh finalmente! Che cos’è Sanremo, senza i sempreverdi e immarcescibili pezzi da novanta? Che poi Orietta lo conosce bene il suo mestiere. In un’edizione che, vuoi per l’emozione o per altro, è costellata di stecche in qui e in là, tecnicamente se la cava benissimo, cantando una canzone d’amore con un testo banale. Finché la barca va, lasciamo Orietta timonare. Voto: 6

Gio Evan – Arnica. Uhm. Gio Evan si presenta al Festival in camicetta multicolore e pantaloncini. L’apparenza inganna, perché l’aspetto di questo cantante è tutto ciò che resterà della sua performance. “Arnica” non è né carne né pesce. Il testo, che è invece piuttosto ispirato, fa da contraltare alla musica. Ad un passo dal dimenticatoio. Voto: 5.5

Madame – Voce. Madame, in stato di grazia, porta all’Ariston un pezzo moderno, con una base elettronica che ti si pianta in testa e un ritornello killer. Uno dei pochi casi in cui l’uso dell’autotune è perfetto. Relegata inspiegabilmente tra le ultime posizioni, speriamo possa recuperare un po’ di punti. Voto: 8

Extraliscio feat. Davide Toffolo – Bianca luce nera. È un’atmosfera di fiesta quella che si respira in “Bianca luce nera”. Eppure, l’impressione  è quella di essere perseguitati da continui déjà vu. “Questo mi sa di già sentito”. “Il ritornello mi dice qualcosa”. “Questo stacco mi ricorda certa musica balcanica che ho sentito in qualche radio indipendente”. Derivativa come poche altre. Voto: 6

Coma Cose – Fiamme negli occhi. Visti per la prima volta a caso a Torino qualche anno fa, i Coma Cose, da quel giorno, hanno esercitato in me un potere magnetico. A Sanremo erano un po’ tesi e il risultato non è stato un granché. “Fiamme negli occhi” è destinata a crescere con gli ascolti e portare questa bellissima coppia alla ribalta. Chi non li conosceva, ora non ha più scuse. Voto: 7.5

Colapesce e Dimartino –  Musica leggerissima. Pezzo migliore di questa edizione. Sin dall’inizio, con quella chitarra, quel fischiettìo, quell’atmosfera un po’ retro  che fa molto anni ‘80, viene in mente qualcosa del repertorio di Battisti (no, non sto bestemmiando). Colapesce e Dimartino sono belli. E come tutte le cose belle, non sono stati capiti. Spero in un qualche premio della critica. Voto: 9

Max Gazzè e La Trifluoperazina – Il farmacista. Max Gazzè non fa musica, ma teatro. Si traveste, impersona ruoli, gioca con la storia. Questa volta è Leonardo da Vinci, anche se sembra Albus Silente. Il resto è musica. Peccato che, in questa sede, sia la sola cosa che conti. Come al solito mi ritrovo a pensare che cosa manchi a Gazzè per fare quel salto verso la perfezione assoluta, un concetto alla sua portata. In questa tornata gioca a copiare se stesso. Voto: 6.5

Maneskin – Zitti e buoni. Be’, che dire… Mi aspettavo sfondassero il palco. Hanno sfondato il palco. Mi aspettavo pose da rockstar consumate. Si sono dimenati come delle bestie. Mi aspettavo abiti estremi, volti truccati, riff di chitarra tamarri. Visti e sentiti. Mi aspettavo di andare su di giri per la loro musica, la loro verve, la loro presenza scenica. Ho avuto tutto questo, non c’è da aggiungere altro. Se non che voglio tornare a pogare ai concerti Voto: 8

La Rappresentante di Lista – Amare. La Rappresentante di Lista è uno di quei progetti musicali che ha accorpato intorno a sé una schiera di proseliti e fidelizzati. Molto chiacchierati e apprezzati, non si esclude per loro un qualche premio della critica. Del pezzo che hanno portato all’Ariston, la cosa più bella sono gli arrangiamenti. Il resto è (moderata) noia. Voto: 6

Fulminacci – Santa Marinella. Non è una vera edizione di Sanremo finché non arriva il giovane con la chitarra che ci canta di vita quotidiana circoscritta in uno spazio geografico. Il che fa molto De André o Guccini, giusto per citarne due. Ma poco importa, perché Fulminacci è bravo e spero che l’onda che sta cavalcando lo tenga su per ancora molto tempo. Voto: 7.5

Gaia – Cuore amaro. Gaia non sbaglia niente, almeno all’apparenza. L’emozione, perché è emozionata, la tiene a bada meglio di altri. “Cuore Amaro” ha un incedere strano, delle ritmiche quasi tribali, esotiche. Inspiegabilmente sesto nella classifica parziale della seconda serata, si tratta di una canzone in perfetto stile “sanremese” interpretata in modo moderno e originale. Chapeau. Voto: 7

Arisa – Potevi fare di più. Con Arisa credo di avere un problema, probabilmente opposto a Ghemon: dopo un primo ascolto generalmente favorevole, ci si incammina poi verso un’ineluttabile discesa. “Potevi fare di più” è come tanti suoi pezzi già sentiti. Una scorza dolce che nasconde un frutto amaro. Voto: 6

Francesco Renga – Quando trovo te. Caro Francesco, al ventesimo “sempre” pensavo che “sempre” fosse il titolo della canzone. Mi sono sbagliato, come sempre. Tuttavia, di te penso sempre una cosa: è dal 15/18 che non ne azzecchi mezza. Cercherò di fare a meno anche di questa canzone. Per sempre. Voto: 2

Willie Peyote – Mai dire mai (la locura). Ok, il testo migliore della Settantunesima Edizione del Festival di Sanremo ce l’abbiamo. A mani basse. In un universo di melense canzoni d’amore, il buon Willie ci dice che fa un po’ quel c***o che gli pare. E così, in una manciata di strofe, fa il  dissing a tutti: dalla trap con l’autotune, all’It-pop di serie B che imperversa nei programmi radiofonici di noi italioti. Willie, tu che puoi: vinci. Voto: 8

Lo Stato Sociale – Combat Pop. Nemmeno il tempo di riprendersi dalle bordate di Willie Peyote e ci si ritrova a faccia a faccia col collettivo bolognese più famoso di Italia. Posto che la loro performance, al pari di quella dei Maneskin, è stata la migliore di queste due serate, il pezzo è molto orecchiabile, intellettualmente stimolante e, cosa non scontata in questo triste mondo di persone serie, parecchio cazzone. Daje! Voto: 7.5

Francesca Michielin e Fedez – Chiamami per nome. Performance visibilmente cringe (ho provato disagio per il loro imbarazzo, per chi non sa ancora nel ventunesimo secolo che cosa voglia dire cringe). Allora si potrebbe pensare “poverini, ma vuoi vedere che in realtà la canzone è bella?”. La risposta è comunque no. Si salva (di poco) solo il ritornello. Classico esempio di musica fast food: ascolti due volte e sei a posto. Me l’aspetto su tutte le radio del mondo. Mentre scrivo, è prima in tendenze su Youtube. Rassegniamoci. Voto: 5.5

Fasma – Parlami. Quando, parlando di Madame, ribadivo l’uso intelligente e ispirato dell’autotune, stavo mettendo le mani avanti. Il pezzo di Fasma sarà anche la cosa più stratosferica del mondo (ho letto elogi a destra e sinistra), ma il problema è che la mia anima da boomer non mi farà mai apprezzare le voci modificate con effetti strani. Prima o poi mi adatterò, ma non oggi. Voto: 5

Noemi – Glicine. Pur non amando Noemi, è impossibile affermare che “Glicine” sia brutta. L’atmosfera, rarefatta e minimalista, fa da sfondo alla voce di Noemi, che sembra sempre che stia per urlare nel ritornello, tu speri di no, non vuoi che urli, e lei non lo fa, non urla, nemmeno per una frazione di secondo, modula la sua voce in un saliscendi di tensione. E in quella tensione si sta bene. Oltre ogni aspettativa. Voto: 8

Malika Ayane – Ti piace così. Sin dal primo secondo questa canzone comunica allo spettatore una sola ed unica volontà: scalare la classifica di Sanremo, e non solo. Malika Ayane ha una bellissima voce, il modo in cui approccia i pezzi che interpreta è molto interessante e personale. Però, come tanti altri suoi colleghi, cade sovente nell’autocitazionismo. Senza infamia e senza lode. Voto: 6

Irama – La genesi del tuo colore. Funestato dalla minaccia del covid abbattutosi sui suoi collaboratori, Irama è comunque in gara, anche se non si esibisce in diretta. La canzone è ruffiana come poche altre, con quel ritornello danzereccio e acchiappalike. Sarà che sono a lutto per lo scioglimento dei Daft Punk, ma quella voce robotica me li ha ricordati. Resta comunque tamarro come pochi altri. Voto: 6.5

Annalisa – Dieci. Va be’, qui proprio non capisco. Annalisa è già schizzata molto in alto in classifica. Per carità, la canzone non è brutta, ma ce ne sono cinque miliardi così, di cui quattro miliardi e nove già cantate da lei. Non se ne può più di vedere la stessa minestra riscaldata. “Dieci” è il classico prototipo di canzone a stampino. Nazionalpopolare. Voto: 6

Ermal Meta – Un milione di cose da dirti. Et voila: uno dei più favoriti è proprio lui, la ormai costante presenza degli ultimi 5 o 6 anni di kermesse sanremesi. Ermal Meta porta un pezzo dal testo molto intimo e personale. Ci farà riflettere, ci farà pensare, ci farà rimuginare. E dato che voglio evitare tutto ciò, sarò superficiale: la canzone non trasmette un granché, ma vincerà Sanremo, Eurovision e tutti i premi possibili che esistono in questo mondo. Buona fortuna. Voto: 6

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