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SanremoLoud: l’audio al Teatro Ariston, conversazione con Alex Trecarichi

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È il suono il tema della ultima puntata della seconda edizione di SanremoLoud, la nostra rubrica di avvicinamento al Festival Della Canzone Italiana in partenza martedì 4 febbraio dal Teatro Ariston di Sanremo. Quante volte nel corso degli anni ci siamo imbattuti nei giorni della kermesse in falsi miti riguardante l’audio? “Si sente male”, “I cantanti non sentono bene” sono solo due delle innumerevoli frasi che si leggono scorrendo i commenti sui social network da chi, ovviamente, non ha competenze in merito.

Per soddisfare alcune curiosità su questo argomento ci siamo rivolti a un professionista del settore, Alex Trecarichi, produttore, ingegnere del suono e proprietario del celebre studio di registrazione milanese MonoDynamic Studio che, in carriera, ha lavorato proprio al Festival Di Sanremo come curatore del suono in regia audio per artisti come Paola Turci, Francesco Gabbani, Loredana Bertè e Mahmood. Abbiamo contattato Alex in uno dei suoi pochi momenti liberi prima dell’inizio del Festival, dove assisterà Elodie, in gara con “Andromeda.

 

Alex, sfatiamo subito un tabù. Com’è l’acustica dell’Ariston?

Non è importante. Partiamo dal fatto che l’Ariston è un cinema, la sua acustica è totalmente ininfluente, vuoi perché al suo interno c’è poca gente, più o meno 400 persone, vuoi perché quello che importa non è l’acustica del Teatro ma quello della messa in onda. Davanti la televisione ci sono milioni di persone, sono solo quattrocento invece quelle davanti l’artista. In generale comunque non si sente male, ho fatto concerti in teatri molto peggiori dell’Ariston. Sul palco durante il Festival gli ascolti sono buoni, i musicisti sono bravi, l’acustica è davvero l’ultimo parametro che interessa.

Qual è invece il primo parametro?

Banalmente, la performance di chi partecipa al Festival. La squadra che lavora alla messa in onda è sempre la stessa da una decina d’anni, ogni artista poi si porta la sua persona di riferimento che interagisce con lo staff per i suoni. C’è ovviamente un fonico per la sala ma bisogna sempre considerare che sia i giornalisti che la giuria di qualità (quando è presente), ascoltano direttamente dalla messa in onda, motivo per cui gli artisti non si portano dietro nessun referente per il suono in sala. Si utilizzano mixer digitali, ognuno ha la sua scena, ci sono tante prove e si riesce più o meno a dare degli ascolti decenti a tutti. A Sanremo in particolare la distribuzione del segnale avviene con dei sistemi in ethernet per cui gli orchestrali si possono fare da soli il proprio mix, io onestamente non ho mai sentito nessuno lamentarsi degli ascolti, certo capita, ma si sistema facilmente.

Qual è l’ostacolo più grande da gestire per un professionista del suono in una circostanza così delicata come quella de Festival Di Sanremo?

Ti parlo del mio campo, solitamente quando chiamano me è perché la produzione del pezzo è abbastanza elettronica, mediamente quindi ci si “scontra” un po’ con l’orchestra. L’anno scorso ad esempio con Mahmood il brano era prevalentemente elettronico, quindi con le sequenze, in quel caso bisogna stare attenti a bilanciare un po’ i suoni e a risaltare quindi ciò che non è riproducibile dall’orchestra. Il rispetto dell’arrangiamento è il principale parametro da seguire, ma la cosa complessa è riuscire a rendere giustizia all’arrangiamento originale abbellendolo con gli orchestrali. A questo proposito negli ultimi anni le cose sono migliorate molto, la band dell’orchestra ha iniziato a munirsi di strumenti più tecnologici, ci sono dei percussionisti che lavorano con dei pad a cui puoi affidare dei campioni, ci sono dei tastieristi che lavorano con i virtual instruments per riprodurre esattamente lo stesso suono del disco. Tuttavia ci sono alcune cose che restano totalmente insuonabili e devono andare per forza in playback perché altrimenti non rendono giustizia.

Negli in ear monitor i cantanti sul palco possono scegliere di ascoltare anche solo determinati tipi di strumenti. Ci sono delle regole, dei canoni, da seguire in situazioni come quella del Festival?

Dipende da artista ad artista. Ognuno decide come gli pare, c’è chi ha bisogno del click a cannone con i counter che gli dice dove deve cantare, chi non vuole determinati strumenti perché magari lo mandano fuori. Ognuno ha la sue esigenze, sia all’Ariston che fuori. in generale però in questo mestiere non ci sono regole, a tutti i livelli.

Immagino che gestire un artista sul palco durante le prove non sia semplice. Ti è mai capitato in passato di avere delle situazioni complicate, con cantanti in preda al panico per problemi d’audio?

Certo, sono situazioni che possono accadere. In passato è capitato di mandare in cuffia direttamente la base del disco, è la cosa più semplice da fare in queste circostanze; mandi in sequenza la base e hai la giusta quadra. Non c’è niente di male, se non sei abituato o semplicemente non riesci a trovare tranquillità è inutile andare in sbattimento. L’importante è cantare bene.

Salutandoti ti chiedo, chi assisterai quest’anno sul palco?

Sarò al Festival con Elodie, il suo brano funzionerà tanto in radio, lei è davvero brava. Poi la coppia Mahmood-Faini non può che essere una garanzia.

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