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SanremoLoud: “L’orchestra è una grande famiglia”| Intervista al Maestro Vittorio Cosma

Il maestro Vittorio Cosma è certamente una delle bacchette più eleganti e alte del festival di Sanremo. Giunto a quasi venti direzioni, oltre a trionfare nel 1993 con Enrico Ruggeri (Mistero), ha vinto diversi premi della critica e della Sala Stampa (Samuele Bersani, Cristiano De Andrè, Marlene Kuntz) partecipando anche come concorrente nell’edizione 2018 con gli Elio e Le Storie Tese, con cui da anni suona in tour come membro amicale-aggiuntivo.

Pianista, tastierista e produttore eccezionale, il Maestro, ex componente della Premiata Forneria Marconi (PFM) nel corso della carriera è stato protagonista di importantissimi eventi e performance di rilievo. Dalla direzione artistica della “Notte della taranta” nel 2002 e 2003, anno che segna anche la sua collaborazione con Stewart Copeland con cui fonderà successivamente anche il gruppo Gizmo (poi Gizmodrome), alla Grande Orchestra Rock allestita ad hoc per il Concerto del Primo Maggio, in cui è riuscito a mettere insieme esponenti del mondo musicale italiano con provenienze e linguaggi differenti, coinvolgendo Maurizio Solieri e Federico Poggibollini (chitarristi di Vasco e Ligabue) con artisti del calibro di Ensi,  del sassofonista Stefano Di Battista, Colapesce, James Senese e tantissimi altri. L’artista è inoltre noto per aver fondato il collettivo Deproducers, progetto scientifico-musicale in collaborazione con Max Casacci (Subsonica), Gianni Maroccolo e Riccardo Sinigallia.

Abbiamo approfittato della gentilezza del Maestro Cosma per addentrarci nel mondo dei direttori nel contesto del Festival di Sanremo, cercando di mettere in luce gli aspetti più interessanti della direzione orchestrale rapportata all’evento televisivo più seguito dell’anno.

 

Maestro, grazie per aver accettato il nostro invito, ci tenevamo ad avere una testimonianza come la sua per la nostra rubrica!

Grazie a voi, la cosa divertente è che mi avete contattato proprio quest’anno dove non sarò presente al Festival!

Questo è un vero peccato, come mai?

Ho avuto delle richieste, ma sono molto impegnato. Stiamo lavorando al terzo capitolo dei Deproducers, “DNA”, che verrà pubblicato agli inizi di aprile con un tour che partirà subito. Nel frattempo sto concludendo il disco dal vivo dei Gizmodrome, il mio progetto insieme a Stewart Copeland, oltre che componendo una colonna sonora e delle musiche per una mostra del professore Stefano Mancuso. Quest’anno Sanremo proprio non ci stava.

Maestro Cosma, partiamo dal principio. Come nasce il contatto tra artista e direttore d’orchestra?

Esistono principalmente due tipologie. Nel primo caso il direttore ha lavorato in prima persona al brano dell’artista producendolo, arraggiandolo e realizzandolo con il resto del team: esattamente come è successo a me con Enrico Ruggeri, Eugenio Finardi e altre personalità con cui avevo una consuetudine anche prima di Sanremo. Altre volte capita invece che, senza collaborazioni precedenti, un artista contatti il direttore per l’arrangiamento del pezzo, compresa anche l’idea per il duetto del venerdì. Questa seconda possibilità a me è capitata ad esempio con Samuele Bersani, con cui non avevo mai lavorato prima nonostante una stima reciproca. Dopo quell’episodio abbiamo fatto un bellissimo progetto in cui abbiamo arrangiato per orchestra i brani del suo repertorio. Può anche capitare inoltre che ti chiami la casa discografica e ti proponga lei stessa l’arrangiamento per un suo artista. Abbiamo dunque diversi gradi di coinvolgimento.

Solitamente quando nella musica pop ci si esibisce con l’orchestra, lo si fa per impreziosire il brano. Questo non accade a Sanremo, dove si presenta un pezzo nuovo. Nelle sue direzioni nel corso degli anni si è sempre distinto per degli arrangiamenti davvero notevoli. Quali sono gli ostacoli che si possono riscontrare in fase di composizione?

È un crinale sempre molto sottile su cui bisogna camminare. Si presenta il brano per la prima volta davanti al pubblico, dunque non lo si può stravolgere, solitamente quando si vuole cambiare qualcosa lo si fa nella serata dei duetti dove punti un po’ a cambiare il pezzo e a dargli un altro vestito. Se un pezzo è inedito devi cercare di renderlo al meglio per un’orchestra live in televisione. Personalmente cerco sempre di inserire piccole cose di gusto, senza stravolgere l’impianto armonico, ritmico, melodico e anche timbrico. Si cerca di riprodurre ciò che si trova nel disco, aggiungendo (laddove non sia presente) l’orchestra in modo elegante, non invasivo, in modo da non cambiare il brano. Questo è uno dei grandi problemi che si possono riscontrare per esempio nei pezzi rock. Può capitare, ad esempio, di ascoltare una canzone e dire “wow, mi piace molto per questa parte orchestrale qui”, poi vai ad ascoltare il brano e non c’è. Bisogna stare attenti a non fare una promessa che poi non puoi mantenere sul disco.

Per quanto riguarda le prove, il direttore le svolge direttamente con l’artista o vede l’orchestra prima da solo?

Direttamente con l’artista. Solitamente prima di Natale si definiscono i giochi, viene annunciato il cast e vengono definiti i direttori. A gennaio poi si iniziano le prove. Sono previste in genere due prove a Roma, solitamente o alla De Paolis o al mitico teatro 5 di Cinecittà. Quella è la prima volta che vedi l’orchestra. Il direttore però preventivamente, entro dei termini stabiliti, deve mandare la partitura e le varie parti.
Gli orchestrali dunque iniziano una fase di studio del brano con un direttore “residente”, poi nel giorno delle prove l’artista arriva con il proprio direttore e con i propri musicisti aggiuntivi (se necessario).
Quella è la prima volta in cui si prova con l’orchestra che già conosce il pezzo, lo ho già ascoltato, lo ha già studiato e masticato. In quel momento inizi a vedere cosa funziona o cosa no, aggiungendo o togliendo alcuni particolari, per esempio: “in questo caso è meglio che i violini tacciano per le prime quattro battute, le chitarre meglio renderle meno distorte ecc”. Hai poco tempo, 45 minuti o massimo un’ora.

Wow, non pensavo così poco tempo…

I tempi sono ristretti. Ma la cosa bella è che oramai siamo una famiglia. Il mondo della musica, lo diciamo spesso tra di noi, è un po’ una grande famiglia, ci conosciamo, ci vediamo quasi tutti gli anni o a Sanremo o in altre situazioni. Il percussionista della “Notte della taranta” è lo stesso di Sanremo, con il chitarrista e il bassista ho lavorato per il Primo Maggio e per altri progetti. La maggior parte sono amici con cui abbiamo condiviso moltissime esperienze. Quando ci si vede è bellissimo perché hai a che fare con dei fior di professionisti con cui ti capisci immediatamente.

Per ciò che concerne la parte prettamente perfomativa, il direttore interviene anche su quella?

No, no. Te lo immagini se dovessi dire a Raiz degli Almamegretta “puoi cantare un po’ più piano”? In fase di prova non è previsto niente di questo tipo. In genere si esegue il brano e basta. Può capitare al massimo che si parli di aspetti prettamente scenografici o tecnici. Con Elio per esempio un anno abbiamo portato “un bacio piccolissimo”, è stato divertentissimo ma per eseguirlo abbiamo dovuto apportare alcune modifiche come ad esempio amplificare degli strumenti giocattolo, dunque in sede di prova abbiamo discusso su quello.

C’è una leggenda metropolitana che aleggia intorno al Teatro Ariston legata all’acustica, secondo molti non proprio entusiasmante. Lei conferma o smentisce queste voci?

Mah. Chiunque abbia suonato al Palalottomatica, ex PalaEur, o al Mediolanum Forum ti può dire che alla fine all’Ariston si sente bene sempre. Noi poi abbiamo gli in-ear monitor, quindi hai una diffusione non così forte sul palco. Personalmente non ho mai avuto particolari problemi.

Maestro, nella sua carriera ha calcato palcoscenici importantissimi e partecipato ai progetti più svariati. In cosa si differenzia il palco del Teatro Ariston? Perché la maggior parte degli artisti sentono così tanto la tensione del Festival?

Banalmente il Festival di Sanremo è nell’immaginario collettivo da quando siamo bambini, è una costante dai nostri genitori fino ad adesso, è come entrare in un film della Disney, qualcosa che tutti noi abbiamo nel cuore. Inoltre sei in diretta, non c’è possibilità di sbagliare, ti giochi tutto in tre minuti e ci sono dei precedenti illustrissimi. Sono tante le variabili che rendono l’Ariston diverso anche da altri teatri prestigiosi come il Ponchielli di Cremona o gli Arcimboldi di Milano che non hanno quel tipo di vissuto storico, non hanno la diretta televisiva o il paese che si ferma per cinque giorni. Il Festival è una festa di paese psichedelica.
Ci sono tutte le televisioni, tutte le radio ma anche gente che non c’entra nulla come attori, attori di serie b, palchi, palchetti, artisti minori. Guarda, dopo i primi anni in cui da giovane sentivo la tensione, adesso ogni qual volta che ci vado per me è divertentissimo. Anche da un punto di vista pratico, con Elio facevamo concerti di tre ore, con Copeland due ore e mezza di musica pura a Tokyo senza le sequenze. Con questo vissuto, andare a dirigere un’orchestra con 60 Maestri bravissimi per tre minuti è davvero un’altra roba. Poi certo c’è un po’ di ansia, ma niente a che vedere con un primo maggio in diretta senza sequenza. All’Ariston si vive un’emozione meno legata a fattori concreti; in un concerto di tre ore, senza rete, può succedere di tutto.

Per concludere volevo chiederle un commento sul cast del prossimo Festival. Lei che nella sua carriera ha diretto tantissimi esponenti della musica indipendente, penso agli Almamegretta, Marlene Kuntz, Sinigallia, come vede le scelte di Baglioni che, finalmente, ha dato spazio anche al cosiddetto mondo indie?

Secondo a me, a parte Fabio Fazio che, per il mio gusto, ha fatto le edizioni migliori in quanto proponeva un intrattenimento a 360 gradi invitando personalità diverse come scienziati, poeti, attori creando nel complesso uno spettacolo bellissimo, devo dire che anche Baglioni è stato molto bravo. Ha fatto una selezione variegata: ci sono gli artisti vecchio stampo e ci sono tanti esponenti di un mondo che non chiamerei più indie ma nuovo pop come gli Zen Circus, Motta, Ex Otago. Nek, per dire, oramai è un classico. Trovo la selezione molto bilanciata. Ci sono tanti amici e persone che se lo meritano davvero. Da Paola Turci, Cristicchi, Daniele Silvestri, Negrita, Loredana Bertè che è totalmente rinata accanto a volti più tradizionali come Nino D’Angelo o Anna Tatangelo. Questo deve essere Sanremo. Il Festival non va rivoluzionato come dicono alcuni, ma deve esprimere quello che si ascolta nel paese. C’è Achille Lauro e ‘è Motta. C’è la Tatangelo e c’è Silvestri. È bello così. Bravo Baglioni.

 

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