Home > In Evidenza > Torino Film Festival 2019 — Jojo Rabbit
  • Torino Film Festival 2019 — Jojo Rabbit

    Diretto da Taika Waititi

    Data di uscita: 23-01-2020

    vai alla scheda del film

    Loudvision:
    Lettori:
    Vota anche tu

Correlati

Prima di parlarvi di “Jojo Rabbit”, film di apertura del Torino Film Festival 2019, presentato in anteprima italiana nella sezione Festa Mobile, devo fare una premessa doverosa. 

Io amo i film di Taika Waititi, amo il suo approccio narrativo e, soprattutto, trovo il suo senso dell’umorismo unico. Per me è uno dei grandi talenti di questa generazione di cineasti di genere.  Il suo genere è, naturalmente, la commedia. Ma una commedia fluida, senza argini, in grado di parlare di problematiche complesse, più di quanto possano apparire a prima vista. Capace di raccontare le storie di personaggi segnati dai piccoli e grandi traumi della vita, con sensibilità e semplicità, senza voler essere a tutti i costi dissacrante o controversa

Anzi, i film di Waititi fanno il contrario, cercano di creare uno “spazio felice” in cui rifugiarsi e ritrovare, attraverso la risata, un po’ di quell’umanità che spesso la vita ci strappa. In un certo senso, si tratta di un approccio comune a molti comedian neozelandesi, che usano questo tipo umorismo – simile a quello anglossassone, ma più strampalato e surreale – per affrontare argomenti di cui spesso è difficile parlare. 

Beh, tutti i film del regista e sceneggiatore neozelandese, sia i progetti solisti che quelli realizzati in collaborazione con Jemaine Clement, sono dei piccoli condensati di tutto questo. Dai racconti di formazione “Boy” e “Hunt For Wilderpeople”, al mockumentary a tema vampiresco “What We Do in the Shadow” (film e serie tv, entrambi realizzati con Clement, forse le due opere migliori della loro intera filmografia), passando per il riuscitissimo restyling del personaggio di Thor in uno dei più originali episodi del Marvel Cinematic Universe, “Thor: Ragnarok”. Perché, se vogliamo, Waititi è uno dei pochi registi ad essere riuscito a non scomparire dietro alla mastodontica macchina produttiva di Feige, rimanendo fedele a questa personale visione del cinema in tutti i film finora realizzati. 

Tuttavia, mantenere questo tipo di approccio con “Jojo Rabbit” poteva rivelarsi estremamente rischioso, perché per raccontare una storia ambientata durante il Terzo Reich, nella quale appare lo stesso Hitler, seppur filtrato dalla mente infantile del protagonista, bisogna necessariamente avere un grande controllo dei propri strumenti espressivi. Bisogna saper calibrare irriverenza e delicatezza e trovare un giusto compromesso.

Thomasin McKenzie, Roman Griffin Davis. Photo by Kimberley French. © 2019 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights Reserved

Il “Jojo Rabbit” del titolo è infatti il giovane Jojo Betzler (Roman Griffin Davis), dieci anni e membro convinto della Gioventù hitleriana. Suo padre è andato a combattere in qualche paese lontano e Jojo vive da solo con la madre Rosie (Scarlett Johansson). Sempre al suo fianco, però, c’è l’inseparabile amico immaginario, il “suo” führer, Adolf Hitler (interpretato dallo stesso Taika Waititi), pronto a consigliarlo nel suo cammino per diventare un nazista modello. Sarà Elsa (Thomasin McKenzie), giovane ragazza ebrea che vive nascosta nei muri della loro casa per scappare alla deportazione, ad aiutarlo a vedere oltre la sua cieca ideologia. 

Taika Waititi, figlio di un padre maori e una madre di origine ebraica, si è lasciato ispirare da un romanzo della scrittrice neozelandese Christine Leunens, “Il cielo in gabbia” (appena pubblicato da SEM), dove Jojo è un diciassettenne nazionalsocialista che si innamora di Elsa e cerca di tenerla con sé anche dopo la fine della guerra. Tuttavia, ha scelto di raccontare una storia molto diversa, per adattarla alla sua personale poetica. 

Ha trasformato Jojo in un bambino, per mostrare attraverso i suoi occhi come i pregiudizi possano essere combattute con l’empatia. Come le bugie della propaganda possano sgretolarsi di fronte alla conoscenza dell’altro. O, almeno, di quello che per tutta la vita ti hanno detto essere “l’altro”, quando invece era uguale a te. «Uccidete tutti quelli che sono diversi da noi», dice ad un certo punto una donna nazista durante l’ultima battaglia. È esattamente di questo che parla “Jojo Rabbit”. 

Sebbene possa sembrare che Waititi porti avanti questo discorso complesso in modo eccessivamente semplicistico e un po’ ingenuo, è il modo in cui lo fa a renderlo speciale. Perché si tratta di un film fruibile, divertente e commuovente, che non si pone mai in cattedra, ma lancia un messaggio comprensibile da chiunque. Riesce a essere tutto questo attraverso una scrittura intelligente, in cui ogni gag non sembra mai fine a se stessa, ma viene usata per ridicolizzare la propaganda nazista, il vero obiettivo della satira di Waititi. È proprio questo che lo differenzia da un’opera come “La vita è bella” di Roberto Benigni, che punta sull’impatto emotivo raccontando l’orrore dell’Olocausto, laddove “Jojo Rabbit” ci parla in maniera più cerebrale dell’origine di quell’orrore. 

Lo fa anche attraverso una galleria di personaggi in grado di lasciare il segno, come Jojo, grazie all’ottima interpretazione del piccolo Roman Griffin Davis, o la madre Rosie, a cui dà il volto una Scarlet Johansson sorprendente, di cui personalmente ho riscoperto il grande talento grazie a questo film e “Marriage Story”. E non posso certo dimenticare il sempre incredibile Sam Rockwell nel ruolo del Capitano Klenzendorf, protagonista, insieme al suo braccio destro Finkel (Alfie Allen), di una brillante e inaspettata sottotrama queer. 

In tutto questo, la musica ha un ruolo estremamente centrale, a cominciare dalla bellissima sequenza iniziale, che mostra un montaggio di fotografie di repertorio delle folle in delirio ai comizi di Adolf Hitler, accompagnate da “Komm Gib Mir Deine Hand”, cover in tedesco di “I Want to Hold Your Hand” dei Beatles, quasi a volerci ricordare che “fan” sta per “fanatic” e la propaganda è, fondamentalmente, un grande spettacolo. E questa una messa in scena che fa leva sulla frustrazione delle masse, guardata da quel famoso “spazio felice” e ridicolizzata, mostra tutta la sua fragilità. 

 

Pro

Contro

Scroll To Top