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  • Torino Film Festival 2019 — Mientras dure la guerra

    Diretto da Alejandro Amenábar

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Davvero particolare la carriera di Alejandro Amenábar, talento sulla cresta dell’onda a cavallo tra gli anni Novanta e l’inizio del XXI secolo grazie ai suoi primi film spagnoli (“Tesis”, “Apri gli occhi”, che contribuì a lanciare la carriera di Penelope Cruz) e poi soprattutto a “The Others” e “Mare dentro”, con cui si aggiudicò l’Oscar per il miglior film straniero. Dopo “Agorà”, interessantissimo film “politico” sulla matematica Ipazia e sulla nascita dei fondamentalismi religiosi, il suo percorso si è arenato, e nell’ultimo decennio al suo attivo si annovera solo “Regression”.

Torna alla regia di lungometraggio con “Mientras dure la guerra”, presentato nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival 2019, ambizioso film storico che punta al grande pubblico, levigando stilisticamente ogni asperità, illuminando il fotogramma e i personaggi con luci piane e uniformi, facendo intervenire il commento musicale al momento “giusto” (da lui stesso composto, tra l’altro) per sottolineare enfaticamente determinati passaggi. Tanto canonico sul piano formale, quanto profondo sul piano contenutistico: la sceneggiatura (sempre del regista, a quattro mani con Alejandro Hernández) è una delle più profonde, complesse e dialetticamente stimolanti, per quanto riguarda i drammi storici, in cui ci siamo imbattuti negli ultimi anni. Non manichea, vicina ai personaggi e, soprattutto, agli uomini, quanto di più distante si possa trovare dal livello del dibattito politico contemporaneo, praticamente ridotto a una serie di urla e slogan tra tifoserie di opposte fazioni.

Spagna, estate 1936. Lo scrittore Miguel de Unamuno, rettore dell’Università di Salamanca, sostiene pubblicamente il colpo di Stato anti repubblicano. Poi, all’inasprirsi della guerra civile e all’imprigionamento di alcuni colleghi, l’intellettuale è costretto a rimettere in discussione le sue posizioni, chiedendo un confronto diretto con il generalissimo Francisco Franco …

Un momento devastante per la Storia, della Spagna e dell’Europa tutta, riproposto senza sconti e peli sulla lingua, assegnando le colpe dove queste sono evidenti, ma evidenziando anche gli errori della parte per cui il regista, e ogni cittadino democratico che voglia dirsi davvero tale, evidentemente parteggia. Sui titoli di testa, la bandiera spagnola garrisce al vento, in bianco e nero: pian piano vediamo formarsi i colori, e ci accorgiamo che si tratta di quella repubblicana, rossa/gialla/viola. Nella piazza di Salamanca si annuncia il coprifuoco, la reazione dei militari ai primi tentativi di riforma agricola del governo presieduto da Niceno Torres è violenta, autoritaria, e voluta da più parti.

Persino da Unamuno (un convincente Karra Elejalde), che inizialmente fiancheggia la restaurazione in nome della ricostituzione dell’ordine. Si accorgerà presto, ma ammetterà poi con fatica, che ha contribuito a consegnare il Paese nelle mani di irresponsabili fascisti, come il generale José Millán Astray, sbozzato quasi come un villain da fumetto eppure mai fuori luogo, interpretato con sardonico vigore da Eduard Fernández. E il “caudillo” Franco? Un piccolo ometto combattivo, che dovrebbe rimanere in carica “finché dura la guerra” (come da titolo), ma che poi nessuno riuscirà a scalzare dal governo fino alla morte avvenuta nel 1975.

Non è questa la sede per riassumere le complesse vicende della guerra civile spagnola, anche perché il film (seppur da una prospettiva ben precisa) lo fa benissimo. Da consigliare ad ogni tipo di pubblico: il discorso finale, enfatico, di Unamuno nell’aula magna della “sua” università ricorda molto da vicino pagine di gran retorica del cinema d’oltreoceano, per costruzione e risultato. E i richiami evidenti all’attualità (vedasi i riferimenti all’indipendentismo basco e, soprattutto, catalano) porteranno lo spettatore un minimo più avveduto a mettere in prospettiva l’oggi con ieri. Quello che il cileno naturalizzato spagnolo (con più di un golpe militare, quindi, nel Dna della propria famiglia) voleva ottenere, e che ci fa riconoscere il tocco del regista di quel pamphlet di rara potenza che era “Agorà” (che v’invitiamo a recuperare). Tanto conciliato nello stile, quanto aspro e diretto nei contenuti, ma decisamente ci si può accontentare.

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