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  • Torino Film Festival 2019 — True History of the Kelly Gang

    Diretto da Justin Kurzel

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Come raccontare la storia di un uomo diventato leggenda, la cui biografia e mitologia sono indistinguibili, come nel caso del bandito e ribelle australiano Ned Kelly? Si può accogliere in toto il mito, o provare a isolare i fatti reali dalle invenzioni della tradizione popolare.

C’è però una terza via, quella seguita da Justin Kurzel nel suo “True History of the Kelly Gang”, presentato in anteprima nazionale al 37. Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile.

Nell’adattare l’omonimo romanzo di Peter Carey, vincitore del Booker Prize nel 2001 (uscito in Italia con il titolo “La ballata di Ned Kelly“ e pubblicato da Frassinelli), Kurzel sceglie di rimanere sospeso tra storia e leggenda, realtà e finzione.

Esaspera i tratti tragici della figura di Ned Kelly, lo celebra come un’icona, ma allo stesso tempo prova a decostruirne il mito attraverso una rappresentazione socio-culturale dell’Australia del tempo, nella quale rintracciare le radici del suo ultimo, plateale, gesto di ribellione verso i colonialisti inglesi.

«Niente di quello che stai per vedere è vero», ci avverte il Kurzel prima che lo stesso Ned Kelly cominci a raccontare la sua “vera storia” in una lettera che non ha mai scritto, indirizzata a un figlio che, nella realtà storica, non ha mai avuto.

Questa storia inizia in Australia nel 1867. Ned Kelly, il famoso criminale di origine irlandese che sfiderà l’esercito inglese, considerato da molti australiani un eroe della controcultura, è appena un bambino  ed è interpretato da Orlando Schwerdt.

La madre Ellen (Essie Davis), alla quale Ned è legato in modo particolare, si prostituisce per garantire cibo e protezione alla sua famiglia dai soprusi della polizia inglese, concedendosi al sergente O’Neil (Charlie Hunnum), mentre il padre John (Ben Corbett), ex galeotto, sta a guardare in silenzio. Questo padre da cui Ned si aspetta nulla non sopravviverà ai dodici anni del ragazzo, ucciso proprio dal sergente nella cella dove lo aveva rinchiuso per furto di bestiame.

Da quel momento, tutte le figure maschile che Ned incontrerà sulla sua strada, tra cui famigerato bushranger Harry Power (piccola parte interpretata da un Russell Crowe barbuto, che si mangia la scena) e l’ambiguo ufficiale della polizia Fitzpatrick (Nicholas Hoult), lo porteranno sempre più vicino al punto di rottura, alimentando l’odio nei confronti dell’autorità e delle ingiustizie perpetrate in nome della legge inglese.

Allo stesso modo, sarà l’amore per l’unica figura femminile predominante nella sua vita, la madre Ellen – ingombrante, opprimente, ma maestosa, libera e sovversiva come una Clitemnestra dell’età moderna – a portarlo verso il suo destino.

Quello che a prima vista può apparire come l’epopea western di un antieroe, in realtà è costruita come una vera e propria tragedia in tre atti. L’educazione brutale del giovane Ned è infatti raccontata nel primo atto, “Boy”, mentre il secondo, “Man” è dedicato alla graduale presa di coscienza di sé e dell’ingiustizia del mondo circostante.

Ora Ned Kelly ha il viso affilato, il fisico nervoso e la recitazione tesa e convincente di George MacKay. Una faccia da “punk” oltremodo azzeccata, per un personaggio che, infondo, potremmo considerare, almeno nelle istanze, una sorta punk ante litteram.

Sembra pensarla così anche Justin Kurzel, che sceglie di includere, accanto alla colonna originale curata da Jed Kurzel, alcuni brani punk-rock, alla maniera di ”Peaky Blinders”, la bellissima serie tv di Steven Knight che il film ricorda vagamente (ma con un tono decisamente più “acido”).

Nell’ultimo atto intitolato “Monitor”, come la nave da guerra corazzata, il povero ladro di cavalli lascia al posto al leggendario bandito-ribelle, che affronta da solo la polizia coloniale, indossando un’armatura artigianale e imbracciando due fucili, dando forma una tragedia personale che rievoca quella di un Paese.

E per quanto la sceneggiatura di Shaun Grant Provi a affiancare a questa rappresentazione epica anche il volto più intimo di Kelly, lo stile enfatico teatrale e estetizzante che contraddistingue la messa in scena di Kurzel produce uno squilibrio importante tra le due aspirazioni narrative.

Alla fine emerge solo il mito, “l’uomo” Ned Kelly sembra confondersi nell’antificialità della rappresentazione estetica. Tuttavia, al di là dei limiti della narrazione poco bilanciata di un film che non sceglie mai cosa vuole essere, quello che rimane è quel volto particolarissimo, che grazie al talento di MacKay riesce a trasmettere la lucida disperazione di Kelly in modo sorprendentemente autentico.

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