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  • Torino Film Festival 2020 — Cleaners

    Diretto da Glenn Barit

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Cleaners”, presentato Fuori Concorso al 38esimo Torino Film Festival, sembra una capsula del tempo. È quella scatola in cui abbiamo conservato i bigliettini che ci siamo scambiati durante le ore di lezione, le pagine di diario con dediche e disegni, le foto di classe in cui non siamo venuti bene una sola volta, i quaderni logori. E poi i ritagli di riviste, le fanzine fotocopiate male, le mixtape piene di canzoni capaci di fissare quel preciso momento della vita che abbiamo amato o odiato, ma che ha fatto di noi ciò che siamo.

In un certo senso, anche “Cleaners” è una bellissima mixtape. Raccoglie, infatti, i momenti formativi di Glenn Barit, autore filippino di 27 anni al suo debutto cinematografico. Per scrivere la sceneggiatura Barit ha preso ispirazione dai ricordi, da esperienze vissute da lui e dagli amici ai tempi del liceo, a dieci anni dal diploma.

Non è un caso, dunque, che la musica (la colonna sonora composta dal regista, ma soprattutto la selezione di brani non originali che rimandano proprio alla metà degli anni 2000) sia centrale in “Cleaners”, come lo è stata nell’adolescenza di tutti noi. 

Questa storia di crescita, tuttavia, prende qui una forma del tutto particolare. È raccontata in un film in stop motion realizzato fotocopiando in bianco e nero ogni fotogramma, per un totale di 34.560 fogli di carta colorati manualmente, uno per uno, con evidenziatori di colori diversi.

Basterebbe questo per fare di “Cleaners” un cult istantaneo. Ma la tecnica d’animazione, che contribuisce a renderlo unico dal punto di vista visivo, ha un certo peso anche a livello narrativo: dà a “Cleaners” quell’aria grezza e imperfetta dei progetti scolastici e diventa la base su cui costruire un’intelligente riflessione su cosa significhi crescere in un determinato contesto, confrontandosi con le vecchie generazioni e quelle a venire. Questo permette al film di Barit di superare la mera dimensione nostalgica.

Gianne Rivera in una scena del film.

Gianne Rivera in una scena del film.

Racconto corale e antologico composto da un’introduzione, quattro episodi e un epilogo, “Cleaners” segue otto compagni della sezione IV-Rizal della scuola cattolica di St. Agnes a Tugeuegarao, nella Provincia di Cagayan.

I ragazzi, interpretati da attori non professionisti al loro esordio, vivono esperienze diverse – imbarazzanti, comiche o dolorose – lottando con le pressioni sociali che sono preludio di quelle che incontreranno nella vita adulta. 

C’è Stephanie (Ianna Taguinod), evidenziata in verde, che deve affrontare la sua paura più grande davanti a tutta la scuola. Eman (Leomar Baloran), Lester (Julian Narag) e Arnold (Carlo Mejia), in arancione, sono invece tre emo, costretti a rappresentare una danza folkloristica durante uno spettacolo scolastico, guidati dalla capoclasse Angeli (Gianne Rivera), colorata in giallo.

La storia di Francis (Allan Gannaban), in blu, e Britney (Charisse Mabbonag), in fucsia, parla invece di bullismo e disuguaglianza di genere. Infine, la vicenda che ha come protagonista Junjun (Andrei Marquez), candidato alle elezioni studentesche ed evidenziato in viola, è quella che guarda di più verso quel mondo corrotto e classista che i ragazzi stanno piano piano scoprendo a loro spese. 

È incredibile come “Cleaners” riesca ad essere un film fortemente legato al contesto sociale, culturale e religioso filippino, ma allo stesso tempo rappresenti un’esperienza universale, soprattutto per i millennials come Barit, che hanno vissuto l’adolescenza nel primo decennio degli anni 2000.

Un racconto generazionale, dunque, in cui potremmo ritrovare echi di John Hughes e del primo Kevin Smith. Lo scrivo solo per dare delle coordinate generiche, perché “Cleaners” non assomiglia quasi a niente che avete visto fino a ora, fidatevi.

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