Home > In Evidenza > Venezia 75 — The Sisters Brothers

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Davvero particolare l’operazione alla quale abbiamo assistito, all’interno del Concorso ufficiale di Venezia 75: un western di ambientazione classica,  tra l’Oregon e la California, diretto da Jacques Audiard (l’autore francese de “Il profeta” e di “Dheepan”, recente Palma d’Oro), con un cast di star di primissima grandezza completamente al servizio del film e del particolare tono scelto per rappresentare questo stralunato racconto. La fonte è letteraria (il romanzo “Arrivano i Sister” di Patrick Dewitt, edito in Italia da Neri Pozza), il progetto fortemente voluto dal protagonista John C. Reilly (tra i produttori figura persino il regista rumeno Cristian Mungiu, davvero una cosa folle), “The Sisters Brothers” gioca ironicamente fin dal titolo, mostrandoci un rapporto tra fratelli a metà tra la “bromance” e la sorellanza, innestando caratteristiche femminili, non apertamente, nella personalità di due rudi pistoleri in attività nel selvaggio West del 1851.

Veloce sinossi: i fratelli Eli (Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix) Sisters sono due killer a pagamento, ingaggiati dal Commodoro locale (Rutger Hauer) per recuperare una formula chimica da Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed) per poi eliminarlo, con l’aiuto del detective John Morris (Jack Gyllenhaal).

Una western comedy con un umorismo molto “spaghetti”, ma più simile ad E.B.Clucher (“Trinità”) che a Leone o Corbucci, che punta a smitizzare pezzo dopo pezzo gli immutabili cliché di genere nella prima parte, per poi sterzare bruscamente nella seconda virando verso la tragedia. L’arrivo della modernità tra i grandi spazi delle praterie porta i nostri due fratelli a reazioni opposte: c’è chi vuole continuare a rischiare la vita giorno dopo giorno e pallottola dopo pallottola, e chi vorrebbe mettere piede nella sbornia capitalista che sta per arrivare e di cui si cominciano a intravedere i primi cascami. Il progresso scientifico libera l’uomo dalla fatica, ma la Natura violentata tornerà a chiedere il suo tributo. Naturalmente, vista anche la materia letteraria alla base della sceneggiatura, è il passato ad influire sulla personalità dei due, un passato tratteggiato con pochi ma funzionali tocchi. Due coppie (c’è anche quella Ahmed-Gyllenhaal) che s’inseguono, si danno la caccia, ma poi, forse, si potrà anche far causa comune per affrancarsi dalla vita all’aperto e dalle notti all’addiaccio.

Indeciso tra tanti, troppi finali (ma l’ultimo è struggente e da brividi), il film di Audiard è un oggetto alieno che non può che suscitare simpatia, con un cast perfettamente calibrato e star planetarie completamente al servizio del progetto (vedi Gyllenhaal, in un ruolo secondario ma importante) e del produttore/protagonista Reilly. Forse non avrebbe meritato cotanta vetrina (Cannes pare lo abbia rifiutato), ma non è di sicuro il peggior film di questo Concorso, anzi l’impressione è che sia uno di quelli che avrà vita più lunga, una volta terminata la bailamme festivaliera.

Jacques Audiard sbarca negli Usa ma non si piega al sistema produttivo castrante, trovando il progetto giusto per aggiungere un altro tassello al suo cinema umanista. A tratti squilibrato, magari diseguale, ma la totale adesione dello stile registico ai personaggi e alla materia narrata fa sì che la sufficienza sia ampia e meritata.

 

 

 

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