Home > In Evidenza > Venezia 75 — Vox Lux

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Dopo “L’infanzia di un capo”, trionfatore con il Leone del Futuro per l’opera prima e vincitore per la migliore regia della sezione “Orizzonti” tre anni fa, torna a Venezia Brady Corbet, questa volta nel Concorso principale, con l’opera seconda “Vox Lux” e, ancora una volta, spiazza e stupisce, dimostrandosi autore da seguire e tra i più interessanti del cinema contemporaneo. Un film molto ambizioso, nello stile e nei contenuti, che raggiunge vette altissime e sprofonda per poi risalire di nuovo, teso com’è a sintetizzare un complesso discorso relativo alla costruzione dell’immagine, ai media, ai cambiamenti nell’ambito della musica pop, alla sterilizzazione dei contenuti, in un frullato dal fascino innegabile, che qui al Lido ha diviso e sta dividendo l’opinione di pubblico e accreditati. Un’opera che cresce pian piano nella testa, destinata a diventare il cult assoluto di questa fine di 2018, il “Nashville” (parole indubbiamente grosse, vedremo se confermate o sbeffeggiate dal tempo) del terzo millenno. Speriamo che arrivi in sala subito e con una distribuzione più capillare rispetto al precedente, al quale non bastarono i premi per trovare visibilità.

Il film segue da vicino l’ascesa di Celeste (Raffey Cassidy da ragazzina, Natalie Portman da adulta) dalle ceneri di un’immensa tragedia nazionale a superstar pop. Si abbraccia un arco di tempo di diciotto anni, dal 1999 al 2017, delineando alcuni importanti momenti culturali e di cronaca attraverso lo sguardo della protagonista.

Celeste, sopravvissuta nel 1999 ad un massacro scolastico che rimanda agli eventi di Columbine (già portati al cinema, tra gli altri, da Moore e Van Sant), approfitta della commemorazione funebre delle vittime per cantare una canzone scritta dalla sorella (Stacy Martin): da quel momento, inizierà una scalata verso il vertice delle classifiche e della notorietà, con il collare che inizialmente serviva a coprire le ferite che, glitterato, diventa un vero e proprio marchio di fabbrica e di stile. Sfruttare OGNI tipo di evento, brandizzare tutto il brandizzabile, la chiave del successo nel XXI secolo.

La nostra protagonista nasce nel 1986, dal lato sbagliato del “reaganismo” (come recita la puntuale voce narrante di Willem Dafoe) e, nell’anno del successo di “Papa Don’t Preach”, è chiaro il riferimento all’ascesa di Madonna. La prima parte del film termina proprio l’11 settembre del 2001, e la rivelazione più sconcertante della giornata che cambiò il mondo, per Celeste, sembra essere la scoperta della sorella e del suo manager (Jude Law) insieme a letto. Incorniciando il racconto tra gli eventi tragici fondanti del nuovo millennio americano, Corbet posiziona il suo film ad un livello più ampio e più profondo: la fagocitante società dello spettacolo moderno vive e prospera attorno ad ogni cosa capace di finire sulle prime pagine, che sia musicale, sportiva o di cronaca nera. Non conta più niente la qualità o la moralità della proposta, conta solo chi la propone e quale effetto produce.

Nel secondo capitolo irrompe la Portman cannibalizzando l’attenzione e il racconto, con una prestazione insieme fisica e magnetica, fino al (troppo) lungo concerto finale. A Madonna si aggiunge la Spears (e Miley Cyrus), e Celeste diventa l’iper-icona globale, con fan sfegatati (non vi anticipo di che tipo, una raggelante sorpresa) anche in Croazia, star di uno spettacolo che rimanda le stesse parole d’ordine del carpenteriano “Essi vivono” dai megaschermi del palco, senza più bisogno di nasconderle, non solo visibili senza gli occhiali speciali, ma ripetute e urlate dai giovani “millennials” in visibilio. Inquietante, lucido nell’analisi, non esente da imperfezioni, ma forse il film più interessante di questo Concorso 2018.

 

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