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  • Venezia 76 — Pelikanblut (Pelican Blood)

    Diretto da Katrin Gebbe

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ISe si osserva una femmina di pellicano impegnata nell’atto di nutrire i propri piccoli, prendendo i piccoli pezzi di pesce lasciati macerare nella sacca sotto la mandibola, si avrà quasi l’impressione che essa si trafigga il petto per nutrirli. È questa l’immagine che ha ispirato la credenza medievale che vede il pellicano capace di riportare in vita i figli attraverso il suo proprio sangue – il “Pelikanblut” (“Pelican Blood”) a cui allude il titolo del film d’apertura della sezione Orizzonti di Venezia 76 – simbolo dell’amore e dell’abnegazione genitoriale, diventata poi allegoria del sacrificio di Cristo nella tradizione cristiana. 

Katrin Gebbe, regista tedesca alla sua seconda prova da regista, parte proprio da questa immagine profondamente radicata nel sentimento popolare per raccontare la storia di Wiebke (Nina Hoss), capace allevatrice di cavalli e madre amorevole di una figlia adottiva di nove anni, Nicolina. La donna ha appena accolto anche Raya (Katerina Lipovska), orfana di cinque anni dal passato traumatico, che ha sviluppato un disturbo reattivo dell’attaccamento in fase di crescita. La bambina, incapace di provare empatia e affetto, con il passare delle settimane mostra comportamenti violenti e una forte problematicità, tanto da costituire un pericolo per le persone intorno a lei. Così, anche Wiebke, come il pellicano della tradizione, comincerà il suo cammino di “sacrificio” personale per salvare le sue figlie. 

“Pelikanblut” è certamente il dramma familiare che non ti aspetti. Racconto fortemente allegorico, acquista via via i tratti sempre più marcati di un thriller psicologico, prendendo in prestito alcune dinamiche persino dall’horror demoniaco e folk, senza tuttavia voler essere davvero un’opera realmente di genere. 

La caratterizzazione della piccola Raya, infatti, sembra quasi modellata su quella di personaggi come Damien di “Il presagio” (1976), il giovane Henry Evans interpretato da Macaulay Culkin in “L’innocenza del diavolo” (1993), fino a arrivare all’esempio più recente di “Brightburn”.

Il bambino demoniaco è sicuramente un topos delle storie dell’orrore perché, in qualche modo, è difficile accettare che il male possa scaturire da un innocente, puro e ancora non segnato dalle difficoltà del mondo. 

“Pelikanblut” ha, probabilmente, il pregio di provare a guardare oltre questa maschera estremamente stilizzata. La verità è che il “male” non c’entra nulla, così come parole come “innocente” e “puro” non hanno alcun senso, almeno dal punto di vista delle neuroscienze e  degli studi comportamentali, ed è possibile vivere esperienze traumatiche fin dal primo momento di vita, facendo insorgere disturbi nello sviluppo cognitivo e sociale. In un certo senso, il film di Gebbe affronta, con tono e modalità del tutto differenti, la stessa questione che sta alla base di serie tv come “Mindhunter”. 

L’approccio è certamente interessante, perché si prefigge di accompagnare lo spettatore dentro questo incubo tanto reale, almeno per le famiglie che hanno dovuto affrontare la stessa esperienza, quanto spaventoso nel senso più stretto del termine. Perché la paura, – per un figlio ma al tempo stesso di un figlio – è il sentimento su cui Gebbe si focalizza, insieme alla disperazione e il senso di impotenza nel veder soffrire qualcuno che si ama (con un impatto anche sulla propria vita) senza trovare soluzioni logiche e eticamente accettabili. 

E quando la logica viene meno, quando la spiegazione per un “male” invisibile è difficile da accettare, ecco che subentra la superstizione. Ecco che si ci convince che quel male sia qualcosa che proviene dall’esterno, qualcosa da estirpare.

“Pelikanblut” sfocia così in un’interessante rappresentazione del potere della suggestione che, in casi come questi, può intralciare o sostituire la terapia medica. È proprio un peccato che, dopo aver costruito in maniera efficace questa dimensione primitiva, folklorica e popolare come “luogo in cui rifugiarsi” quando la realtà diventa incontrollabile (anche grazie a una sequenza di esorcismo pagano piuttosto incisiva), il film culmini in un finale non solo deludente e mal costruito dal punto di vista narrativo, ma anche pericoloso per il messaggio che veicola.

Inoltre, la scelta di Gebbe di mescolare i generi e registri per dare enfasi all’angoscia, il disagio, lo sgomento della situazione, decisamente interessante sulla carta, si rivela un’arma a doppio taglio. 

Sebbene riesca a costruire in modo efficace la tensione attraverso l’accumulo, anche grazie alle potentissime interpretazioni di Nina Hoss e della piccola Katerina Lipovska la regista tedesca non sembra mai avere un buon controllo sull’elemento più horror della narrazione, ricorrendo a soluzioni ordinarie e spesso goffe. 

“Pelikanblut” finisce così per essere un film interessante dal punto di vista emotivo e antropologico, ma disomogeneo e con qualche ingenuità di scrittura davvero imperdonabile. 

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