Home > Rubriche > Eventi > Venezia 77 – Commento ai premi e considerazioni finali

Venezia 77 – Commento ai premi e considerazioni finali

Correlati

Con strascichi (eccessivamente) polemici che hanno seguito uno svolgimento perlopiù tranquillo e rilassato, Venezia 77 si è chiusa con il Leone d’Oro a “Nomadland” di Chloé Zhao, una sorpresa almeno quanto la vittoria dello scudetto calcistico da parte della Juventus negli ultimi anni. Passato come ultimo film del Concorso, è sembrato l’inevitabile trionfatore ancor prima di partire, senza capire bene i motivi per cui fosse, o venisse quantomeno percepita, COSÌ inevitabile la sua vittoria.

Il film, di cui v’invitiamo a recuperare la recensione (così come tutte le altre) cliccando sul titolo in quest’articolo che vi porterà direttamente al link, non ha soddisfatto le immense aspettative, e forse era anche difficile che potesse farlo, rivelandosi semplicemente la scelta più facile e meno criticabile (anche se…). La Giuria, che, oltre alla presidente Cate Blanchett, era composta anche dallo scrittore Nicola Lagioia, dalle registe Joanna Hogg e Veronika Franz, dal regista Christian Petzold, e dagli attori Matt Dillon e Ludivine Sagnier ha composto un palmarès in linea generale condivisibile, esclusi, a parer nostro, i due premi principali. Ma andiamo con ordine.

"Nomadland" di Chloé Zhao. Photo Courtesy of Searchlight Pictures. © 2020 20th Century Studios All Rights Reserved

Nomadland di Chloé Zhao

Le due opere che più abbiamo apprezzato sono andate entrambe a premio e, memori di cocenti delusioni patite negli anni passati, non possiamo che gioirne. “Wife of a Spy” di Kiyoshi Kurosawa si è aggiudicato il Leone d’Argento per la miglior regia, e siamo davvero felici per il grande cineasta nipponico, che col suo spy-movie coraggioso (per come getta una sinistra luce su un’epoca buia per il suo Paese) e cinefilo è risultato generalmente poco apprezzato dalla maggioranza della critica generalista nostrana. Fa nulla, il film è un piacere per gli occhi e per la mente, confezionato con un’estetica raffinata seppur “leggera”, con una fotografia naturale e visibilmente digitale, probabilmente cascame dell’iniziale destinazione televisiva del progetto. Per un film che fa del rapporto col cinema e la pellicola uno dei suoi punti focali, sarebbe stato un vero e proprio delitto.

L’ottantreenne Andrej Koncalovskij invece, già pluripremiato in passato al Lido (ma mai col Leone d’Oro), porta a casa l’ennesimo alloro, il Premio Speciale della Giuria, con il suo “Dear Comrades!”, dramma storico praticamente perfetto, con un totale controllo sull’opera, sia in ambito stilistico che drammaturgico. Bianco e nero, 4:3, le tragedie della Storia mescolate ai destini di un pugno di piccoli personaggi, pedine mosse costantemente dai capricci e dalle distorsioni ideologiche del Potere. Applausi, per un film sostanzialmente reazionario e filogovernativo, ferocemente anticomunista, ma impossibile da non amare. Cinema di propaganda? Certo, ma se la qualità è così alta…

Dear Comrades! di Andrej Koncalovskij

Torniamo a note un po’ più dolenti, con il secondo premio in ordine d’importanza, il Gran Premio della Giuria, finito nelle mani del messicano Michel Franco per il suo “Nuevo Orden”, (cinematograficamente) confusa distopia crudele e pessimista, che getta una luce fosca sui destini del Paese centroamericano. Franco realizza un’opera che può stupire, ma qui la forza stilistica non riesce a coprire i problemi ideologici, come nel caso precedente. Qualche concessione di troppo al sensazionalismo, al pugno nello stomaco dello spettatore gratuito e non ben motivato; in fin dei conti, un’opera che non abbiamo amato, seppur non priva di qualità, specie negli ansiogeni e ben strutturati momenti iniziali.

Capitolo attori. Il Premio “Mastroianni” per il miglior esordiente se lo aggiudica il piccolo Rouhollah Zamani, protagonista dell’iraniano “Sun Children” di Majid Majidi: filmettino di modeste ambizioni ancor più che di modesto risultato, fuori contesto in un Concorso così importante, più adatto a kermesse dedicate esclusivamente al cinema per ragazzi come il Giffoni Film Festival. Opera comunque tutta imperniata (fin troppo, con lunghi primi piani) sul suo protagonista, premio sostanzialmente meritato.

Vanessa Kirby in Pieces of a Woman di Kornel Mundruczó

Per la migliore interprete femminile c’era davvero l’imbarazzo della scelta, tanti buoni film che tornano a casa senza premi avevano protagoniste brave in ruoli forti e centrali: meritava la Coppa Volpi Romola Garai di “Miss Marx”, o Jasna Duricic di “Quo Vadis, Aida?”ma a spuntarla è Vanessa Kirby, presente in due film in competizione (l’altro è il modesto “The World to Come” di Mona Fastvold), e premiata per la splendida prova in “Pieces of a Woman” di Kornel Mundruczó, squilibrato e interessantissimo dramma in sottrazione attoriale e sovrabbondanza stilistica che, quando trova un folle equilibrio tra i due estremi, regala due delle sequenze più belle dell’intera Mostra. Kirby bravissima nei silenzi, bravissima a mostrarsi insofferente ai nostri occhi, alla macchina da presa, impegnata nell’elaborazione di un devastante lutto che le erode le fondamenta del suo stesso essere, psiche, muscoli e nervi. Un’interprete in ascesa, a crediamo che questa Coppa Volpi possa rappresentarne il definitivo trampolino di lancio.

Quello per la migliore interpretazione maschile è l’unico premio finito alla pattuglia italiana, una Coppa Volpi per certi versi inspiegabile, se non per riempire la casella e dare il contentino al cinema della nazione ospitante. Pierfrancesco Favino, intendiamoci, è molto bravo come (quasi) sempre, ma “PADRENOSTRO” di Claudio Noce è tutto costruito sulla sua assenza, sull’attesa, continuamente rinviata, del suo arrivo in scena. Non è il protagonista del film, è assente per buona parte del minutaggio, non ha praticamente scene madri: un premio sull’onda di un’annata, per lui, straordinaria, che segue il David di Donatello per “Il traditore” di Marco Bellocchio e il Nastro d’Argento per “Hammamet” di Gianni Amelio. Il film è prodotto da Sky/Vision, l’unico dei quattro rappresentanti nostrani a non essere una creatura di Rai Cinema.

Pierfrancesco Favino in Padrenostro di Claudio Noce

Pierfrancesco Favino in Padrenostro di Claudio Noce

Dev’essere sembrato quasi un affronto a Paolo Del Brocco, l’amministratore delegato, che ha inviato alla stampa e al direttore della Mostra Alberto Barbera, a bocce ferme, un rabbioso comunicato che reclamava attenzione verso i prodotti di mamma Rai, il già nominato “Miss Marx” di Susanna Nicchiarelli, “Le sorelle Macaluso” di Emma Dante e, soprattutto, “Notturno” di Gianfranco Rosi. Per il mancato premio al (discutibile) documentario del già vincitore di Leone d’Oro, con “Sacro Gra” nel 2013, e Orso d’Oro di Berlino, con “Fuocoammare” nel 2016, si è scatenata una piccola tempesta, che ha coinvolto addetti ai lavori a vario titolo, preda di un’isteria collettiva degna di cause migliori. Isteria che ha coinvolto lo stesso Rosi che, qualche giorno dopo, ha rilasciato a Marco Giusti, per Dagospia, una delirante intervista gonfia di astio e vittimismo, velenosa contro la critica (e, soprattutto, ALCUNI critici) nostrani rei di non aver capito il film, in contrapposizione alla lungimirante critica anglofona, che ha invece innalzato ponti d’oro all’opera.

Intervista rimossa dal web dopo poco tempo, scelta giusta per tutelare il prestigio dell’artista, che ne usciva fuori come un megalomane convinto di far del cinema per il bene del mondo. Anche meno Rosi, anche molto meno. Giudicherete voi all’uscita in sala, per chi scrive le critiche non erano solo giuste ma doverose, per un film che “usa” gli scenari mediorientali stravolti da conflitti per impaginare una serie di bozzetti giustapposti uno all’altro, girando intorno ad un centro tematico che non dà mai l’impressione di trovare. Riportiamo soltanto UN passaggio dell’intervista, anche per testimoniare la totale mancanza di pregiudizialità verso l’autore, quello in cui dice una cosa sacrosanta: “Nomadland” l’aveva fatto già lui, e molto meglio, nel 2008, con quello splendido film che era “Below Sea Level”.

Notturno" di Gianfranco Rosi

Notturno di Gianfranco Rosi

Abbiamo parlato in maniera “normale” della Mostra, facendo un bilancio dei film e dei premi, come ogni anno, girando intorno all’elefante nella stanza, ma non si può non fare cenno, in chiusura, all’unicità di quest’edizione. C’erano tanti dubbi prima di partire, i contagi da Covid-19 in lenta ma costante ascesa, la pericolosità di raggruppare così tante persone (comunque in numero considerevolmente inferiore rispetto agli altri anni, con meno della metà degli accreditati e il pubblico dirottato in arene all’aperto) di nuovo nello stesso luogo, con arrivi da ogni parte del mondo.

È andato tutto bene, ora possiamo dirlo, l’organizzazione è stata eccellente, il sistema di prenotazione on-line del posto in sala, dopo una falsa partenza, ha funzionato a dovere, la capienza ridotta della metà e il posto assegnato ci hanno permesso di scansare i due spauracchi più grossi in un festival, le lunghe file e i vicini di posto rumorosi. C’era bisogno di restituirvi, e speriamo di averlo fatto, una sensazione di normalità, di sicurezza, per questo abbiamo scelto di non postare immagini, di non inondare i social con le mascherine, di nascondere anche il muro che inibiva la vista del red carpet.

Ci preme che tutti ritorniate in sala, che i cinema non muoiano, non chiudano, in questi tempi ancora pieni di uscite direttamente sulle piattaforme di streaming, anche di prodotti importanti. Chiudiamo, quindi, proprio con un appello: tornate in sala, torniamo in sala, un posto MOLTO più sicuro di qualunque uscita al bar o al ristorante, tornate ad immergervi nel buio amniotico, a dimenticare completamente preoccupazioni e affanni per un paio d’ore, nessun film visto a casa può farvi “staccare” dalla realtà in questo modo.

Speriamo di essere ancora qui tra un anno, a presentarvi Venezia 78, ad esultare perché il maledetto virus è solo un ricordo, a celebrare ancora una volta la rinascita della sala cinematografica. Ci crediamo, è importante, siamo qui per questo, credeteci anche voi. Dal Lido (ma, in realtà, già da casa), anche per quest’anno, è davvero tutto.

Scroll To Top