Home > In Evidenza > Venezia 77 – Nuevo Orden

Correlati

A portare a casa il Gran Premio della Giuria – Leone d’Argento di Venezia 77 è l’ultima fatica del cineasta messicano Michel Franco, un altro dei fedelissimi di Cannes (vincitore del Certain Regard nel 2012 con “Después de Lucía” e del premio per la miglior sceneggiatura nel 2015 per “Chronic”) che, nell’anno in cui la kermesse francese è saltata causa Covid-19, ha scelto il Lido per l’esordio internazionale del suo nuovo lavoro. Franco produsse anche uno dei Leoni d’Oro più “famigerati” dell’intera storia della Mostra (“Ti guardo”, sempre nel 2015, anno d’oro per il Nostro), diretto dal regista venezuelano Lorenzo Vigas che qui, corsi e ricorsi storici, riveste proprio il ruolo di produttore esecutivo. Dev’essere stata solo la forza artistico/economica di “Nomadland” a fermare una coppia che, quantomeno sul piano della buona sorte, non ha davvero eguali al mondo, e ad impedire a “Nuevo Orden” di tornare a casa ancora una volta con il premio principale. Lasciamo da parte l’ironia più o meno sottintesa, e passiamo all’analisi di un film che di ironia non ne contiene nemmeno un briciolo.

Città del Messico, 2021: il divario tra classi sociali si fa sempre più marcato. Un matrimonio dell’alta società viene interrotto da un gruppo di rivoltosi armati e violenti, parte di una più ampia sommossa dei meno abbienti, che prendono in ostaggio i partecipanti. L’esercito messicano sfrutta il disordine causato dalle rivolte, e interviene …

Un pamphlet (fanta)politico della durata di poco meno di un’ora e mezza, teso, che non si ferma un attimo a riflettere, e non lo permette neanche allo spettatore. Si viene travolti da immagini potenti, da brutalità, da sevizie, da omicidi, in una corsa al massacro che porta tutto d’un fiato (ecco perché, e non lo facciamo mai, abbiamo sottolineato la breve durata) al macabro finale. La regia del cineasta messicano è completamente al servizio della sua storia, diremmo quasi invisibile seppur non priva di virtuosismi, attento a stare addosso ai personaggi, a sottolinearne lo spaesamento, il terrore, la confusione. Poi però il film finisce e, finalmente, arriva la spazio per la riflessione: cosa abbiamo visto?

Una rivolta popolare finita male? Sì, ma non solo. Un’applicazione messicana della celebre “dottrina Cossiga”, con i manifestanti lasciati liberi di devastare tutto per qualche giorno in modo da far desiderare ardentemente la dura reazione alla classe borghese? Probabilmente, ma non basta. Una cupa e pessimistica prefigurazione del destino della società messicana (siamo sì nel futuro, ma di pochissimo, solo di un anno) dovesse ad un certo punto abbandonare la sorveglianza “occulta” il gigante statunitense? Ecco, forse siamo vicini alla soluzione. La cosa più paradossale è che nemmeno il regista/sceneggiatore restituisce l’impressione di saperlo con certezza. Bisogna stare attenti, signor Franco: la fantapolitica è terreno minato, praticato da grandi autori, le idee devono esser chiare, o di sicuro devono esserlo di più, non bisogna abbandonarsi al puro sensazionalismo.

Qui l’unica cosa che appare chiara è un assunto inaccettabile, o quantomeno discutibile, più a che livello ideologico proprio per la resa filmica, che non permette di empatizzare con nessuno e quindi non favorisce immedesimazione e coinvolgimento: se fanno TUTTI ribrezzo, se l’unico valore è quello dell’arricchimento, se il nuovo ordine è una dittatura terribile ma tutto sommato accettabile, perché le nefandezze dei rivoluzionari sono aberranti, e quelle dei gradi più bassi dell’esercito lo sono ancora di più, allora noi non possiamo provare coinvolgimento alcuno per la dissoluzione di una società che non esiste. È una realistica rappresentazione dello sfacelo morale e sociale in cui è precipitato il Messico? Benissimo, ma il cinema ha bisogno di un occhio con cui entrare, di una funzione che si faccia carico di portare in giro la macchina da presa.

E questa funzione, inizialmente, c’è: è Marianne (Naian González Norvind). Il film inizia in una bellissima villa, al suo matrimonio, e lei è l’unica che cerca di aiutare davvero il vecchio tuttofare di casa, che arriva a chiedere del denaro per salvare la moglie, una di quelle cameriere/mamme surrogate che abbiamo visto al cinema tante volte, per esempio in “ROMA”, Leone d’Oro di qualche anno fa, sempre da Città del Messico. Seguiamo Marianne, che MERITA di salvarsi, che è l’unica di cui c’importa, e poi … non vi diciamo nulla, ma il sensazionalismo già nominato qualche riga fa si abbatterà ferocemente su di lei, che non porterà più la camera in giro per il film, che non porterà più nulla a nessuno.

Nell’ottava puntata della settima stagione de “I Simpson” Mona, la madre di Homer, ex hippie costretta alla clandestinità per tutta la vita per il suo passato di attivista ecologista, prorompe, in un dialogo con la nipote Lisa, in un sonoro “Quanto odiavo George Orwell!”. Un personaggio così non può non odiare “1984”, un’opera che denuncia senza costruire, distruttiva, che non lascia speranza alcuna, che anzi (e la contemporaneità lo sta dimostrando) può essere dannosa per la spirale paranoica e depressiva in cui può precipitare una società in crisi d’ideali. La Giuria di Venezia 77, e tanti accreditati, hanno legittimamente apprezzato la forma cinematografica di “Nuevo Orden”, la sua schiettezza, la mancanza di compromessi; ma, parafrasando Mona Simpson (chiamata così in omaggio all’omonima scrittrice compagna di uno degli autori della serie e, pensate un po’, sorella minore di Steve Jobs), di sicuro ci ritroveremo a dire, tra qualche decina di anni, se saremo ancora presenti su questa Terra: “Quanto odiavamo quel film!”.

Pro

Contro

Scroll To Top